Feeds:
Articoli
Commenti

Quando ci sono le manifestazioni ’serie’ in cui si determinano dei vincitori, relativamente a quanto proposto nel corso di un determinato periodo, cresce in me la curiosità di capire se i miei gusti, i miei winners siano allineati a quelli scelti dalle varie giurie o dal pubblico. Ho parlato, non a caso, di manifestazioni serie perché non vorrei porre sullo stesso piano eventi mondiali come gli Oscar, la Palma d’oro di Cannes, l’Orso d’oro di Berlino, i Grammy Awards con le sagre nazional popolari dei Telegatti, o dei premi stile giardini Naxos con annesso Daniele Piombi. Per quanto riguarda la musica, esiste questo avvenimento serio (almeno per me) e risponde al nome di MTV Europe Music Awards.

L’EMA, come viene abbreviata la manifestazione, è un evento organizzato dall’emittente monotematica MTV Networks Europe, che premia gli artisti ed i lavori più popolari in Europa. Nati come alternativa agli americani MTV Video Music Awards, la versione europea vide la luce nel 1994 ed è divenuta negli anni un appuntamento fisso del settore. L’edizione di quest’anno si è svolta ieri sera nell’O2 World di Berlino (di fronte alla porta di Brandeburgo) ed è stata trasmessa in diretta da MTV. Evento clou della serata è stato il concerto degli U2, solo in parte riproposto durante la diretta televisiva, e conclusosi con il duetto in “Sunday bloody sunday” tra la band irlandese e Jay-Z. 

Come in tutte queste manifestazioni non mancano però le polemiche, che stavolta riguardano la recinzione di delimitazione dell’area ospitante il pubblico, definita dai presenti un nuovo muro. Entrando in merito alle premiazioni, particolarmente deluse Lady Gaga, che su 5 nomination, ha vinto solo il premio come ‘Rivelazione dell’anno’  e Shakira, che non ha ricevuto riconoscimenti, pur essendo in lizza in due categorie per ‘She Wolf’. Tra i vincitori della serata anche gli U2 come ‘Miglior esibizione live’, i Tokyo Hotel come ‘Miglior gruppo’, Eminem come ‘Artista maschile’ ed i Green Day come ‘Artista rock’, protagonisti della bellissima esibizione live di apertura. Ma gli EMA 2009 saranno ricordati per il trionfo di una stupenda Beyonce.

La memorabile performance Live con cui Beyonce ha entusiasmato i 10.000 presenti alla serata degli MTV Europe Music Award 2009 di Berlino.

A lei infatti sono andati i tre premi più ambiti, visto che ha vinto le categorie di ‘Miglior artista femminile’, ‘Miglior video’ (per “Single Ladies”) e ‘Miglior canzone’ (per “Halo”), e non posso non essere d’accordo. Il suo ultimo lavoro discografico infatti, intitolato “I am…Sasha Fierce” è quanto di meglio sia stato pubblicato quest’anno in campo musicale. Due CD, uno prettamente easy, in cui spiccano la già citata “Halo” e “If I were a boy” ed uno più ritmato, da dove provengono l’altro award “Single Ladies”  e ”Sweet dreams”. Ed è stata proprio la performance di quest’ultimo brano che ha letteralmente lasciato con il fiato sospeso i 10.000 ragazzi intervenuti per l’evento. Beyonce si è presentata sul palco in un completino intimo rosso, e la sua esibizione si è trasformata in un mix di classe, fascino, professionalità, sensualità, bellezza, potenza vocale e raffinatezza. Qualità che non si vedevano da anni su un palcoscenico.

La serata di Berlino è stata una tappa del tour mondiale che l’ex leader delle Destiny’s Child sta affrontando. Da parte mia posso solo aggiungere che, una volta preso l’aperitivo, credo sia impossibile non avere la voglia di andare poi a cena. Anche se questa cena si terrà sabato 14 novembre, a Londra.

C’è una canzone di Ligabue che si intitola “Le donne lo sanno” e, parafrasando il titolo, mi verrebbe da dire che “Le donne lo fanno”. Fanno ciò che gli uomini vorrebbero, ma che per un motivo o per un altro, arrivano sempre dopo di loro. Parto da questa premessa per parlare di una storia spiritosa e simpatica. Una vicenda nata in modo triste ma sviluppatasi poi con molto piacere.

Alex e Jenny avevano in programma di passare un week end insieme, tre giorni tutti per loro, da vivere isolandosi dal mondo. Ma purtroppo, come spesso accade, tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare, ed ecco che Jenny non può; il lavoro la chiama e la domenica mattina il dovere la porta fuori confine. Si scusa, delusa di non poter trascorrere tutto il tempo concordato con il suo uomo che, malinconicamente, è costretto ad accettare la cosa. Un giorno in meno del previsto, un sabato vissuto con il pensiero della partenza di lei, la promessa che è solo per poco. Ma intanto, adesso, lei deve andare.

Passa di tutto nella mente di Alex, capisce Jenny, sa quanto ami il lavoro e quanto vorrebbe stare vicino a lui. Non infierisce su di lei, non la fa sentire in colpa, anzi, cerca una soluzione carina che possa sorprenderla, che possa lasciarla a bocca aperta. Pensa di volare da lei, farle una sorpresa, ma non conosce bene gli orari e soprattutto ha il suo lavoro, da cui spesso si è allontanato recentemente. Se sorpresa deve essere, sorpresa sarà alla prossima occasione, lo giura a se stesso. Ma stavolta non gli è possibile.

L’appuntamento è per il sabato successivo, nella casa al mare di Alex. Lui sarà lì da venerdì pomeriggio, visto che ha alcuni progetti da portare avanti e concludere. Lo anticipa a lei per telefono, mentre Jenny lo saluta promettendo di rifarsi viva appena saprà con certezza quale volo di ritorno prenderà. Il venerdì Alex esce dal lavoro alla solita ora e si mette in macchina, senza fretta. In un paio d’ore è a casa, in quella casa dove si prepara ad una serata tranquilla. Ma i buoni propositi di Alex ben presto saltano. Mentre parcheggia sotto casa, non si accorge che una figura lo osserva dalla finestra, lo osserva aprire il cancello che porta alle scale. 

Alex apre la porta, nota particolari anomali, non è chiusa a chiave e l’ambiente è troppo caldo. Si guarda attorno, ed osserva sul tavolinetto davanti al divano, due calici di vino rosso. Alzando leggermente lo sguardo scorge in penombra la sagoma di Jenny, seduta con le lunghe gambe accavallate, e vestita di un paio di scarpe tacco 18. Lei si alza in piedi, prende in mano i due calici, si avvicina ad Alex e porgendogliene uno gli sussurra: “Bentornato amore. Ti va di brindare al mio ritorno”?  Alex non ha parole, sorpreso dal gesto, ma estasiato. Aveva pensato di fare una sorpresa a Jenny senza portare a termine il suo proposito, Lei invece sì. Una volta sicura che lui sarebbe stato a casa dal venerdì, ha preso l’aereo il giorno prima e l’ha stupito. Piacevolmente stupito. Era bellissima in quella penombra generata dalla luce dei lampioni, bella come non l’aveva mai vista, e se non averla un giorno in più il precedente week end era il prezzo da pagare per quanto gli stava accadendo, era felice di come erano andate le cose. Le donne sanno sempre come portare un uomo in Paradiso e, qualche volta, spesso, lo fanno anche.

“La notte del 31 ottobre un bambino di nome Max organizzò una festa di Halloween. Si stava facendo mezzanotte. I bambini tornarono a casa meno uno. Tranne Max. Voleva levare le decorazioni ma non ci riuscì, non ce la faceva. Si sentiva stanco, appesantito. Ad un tratto gli parve che il mondo si fermasse, che rallentasse il tempo. Pensava di cadere in un oscuro vuoto, senza più uscirne. All’improvviso di addormentò profondamente. Non aveva finito di entrare nel mondo degli incubi perché qualcuno lo svegliò. Qualcuno si muove, forse era un’ombra. Forse non un essere umano. Aveva il fiato in gola. Non riusciva ad aprire gli occhi per vedere chi fosse. Poi di nuovo qualcuno si mosse. Qualcuno abitava quel luogo isolato. Qualcuno era insieme a Max. Lui aprì di scatto gli occhi. Nell’ombra brillavano due pupille sanguinanti. Si muovevano verso di lui. Nell’ombra solo Max, i due occhi e la paura terrificante. All’improvviso una luce si accese. Le ore si fermarono. Il tempo passava ma lui non si accorgeva. Max vide che teneva un coltello, l’ombra teneva un coltello rosso fuoco. Aveva la carnagione bianca ma…non era carnagione. Erano ossa. La luce rifletteva il mostro…uno scheletro! In quella stanza le ossa dello scheletro si stavano avvicinando. Max sudava, si sentiva morire, era in preda al panico. Il teschio alzò il braccio. Con l’altro tenne la spalla di Max. Si stava avvicinando il momento della fine. Piano lo scheletro mise il coltello sul collo di Max. Lo avanzò e…Max era solo un ricordo. Ormai non esisteva più. Non era più niente: lo scheletro gli aveva tagliato la testa. L’aveva fatto per vendicarsi di chi l’aveva fatto a lui. Di chi gli aveva spezzato l’anima”.    - Laura A. -

Un simpatico primo piano di Laura, autrice del testo del post, e vestita da strega in occasione della festa di Halloween.

Questa storia non l’ho scritta io, ma è un lavoro fatto da una bambina di quarta elementare, a cui è stato dato l’input di provare a scrivere un racconto del terrore. Quando me lo ha letto sono rimasto letteralmente senza parole, sia per la fantasia, che per l’attenzione nella descrizione dei particolari. Ma si sa, un papà non è in grado di esprimere un giudizio obiettivo quando si tratta di giudicare la propria figlia, essendo di parte. Per questo non sto qui ad elogiare nessuno, visto che il mio parere glielo ho detto a quattro occhi, ma semplicemente ho voluto postare qualcosa di diverso dalle solite riflessioni di una mente folle, un qualcosa di diverso dalle proposte artistiche su dischi e libri. 

Laura ha sempre amato leggere sin da quando era piccolina e, a detta della sua maestra, il risultato si evidenzia nei suoi temi, pieni di particolari, come se la sua mente fosse abituata a memorizzare aspetti di paesaggi e persone. Il senso del post è soprattutto questo, e cioè ribadire ed evidenziare l’importanza di leggere libri, che ti porta ad una totale padronanza della lingua. Lascio ad ognuno la possibilità di commentare, giudicare e criticare, ma non prima di aver focalizzato due aspetti che hanno reso diverso il lavoro di mia figlia rispetto a quello delle altre alunne: la mancanza del lieto fine nella storia, e la frase conclusiva, una vera e propria riflessione degna di una persona adulta.

“Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenare tempesta”. Queste parole sono tratte da una famosa poesia di Alda Merini, una delle più grandi poetesse italiane del 900, morta ieri pomeriggio nel reparto di oncologia dell’ospedale San Paolo di Milano, a causa di un tumore osseo. Reparto dal quale si è alzato un ringraziamento da parte di tutti i sanitari, per il ricordo lasciato, grazie all’atteggiamento ed alla sensibilità dimostrata dall’artista, in un momento di profondo disagio fisico e psicologico. 

Ho sempre amato la poesia, ed ho sempre notato con dispiacere che i libri che rappresentano questa nobile forma d’arte non vengono quasi mai proposti né pubblicizzati, ed i loro autori rimangono nell’anonimato. Ma una piccola soddisfazione la ottenni alcuni mesi fa, entrando in una libreria milanese, e scoprendo che c’era un libro di poesie al 29° posto nella classifica dei 50 più venduti. Quel libro era proprio di Alda Merini, la mia poetessa contemporanea preferita. Ciò che mi accomuna a questa scrittrice, è tutto nella definizione che fu data della sua vita, “Un’esistenza tra arte e lucida follia”, mentre a me era stato detto che vivo un equilibrio sopra la follia. Non so voi, ma  io vedo molte analogie nelle due definizioni.

Nata da una famiglia di origini umili, Alda comincia a scrivere poesie in età adolescenziale, mostrando sin da subito una poetica fatta di ardente visionarietà, ma al tempo stesso sommessa ed inquieta. Un modo di vedere e vivere la sua esistenza in modo passionale, che la portò ad affermare che “Più bella della poesia è stata la mia vita”. Una vita per certi aspetti drammatica, fatta di soggiorni ripetuti all’ospedale psichiatrico Paolo Pini, intervallati da ritorni a casa, e dalla cui esperienza nacquero testi che furono pubblicati ne “La terra santa” del 1984. Verso la metà degli anni 80, in coincidenza con il ritorno a Milano, Alda ritrova la serenità che aveva perso nel decennio precedente, ricomincia a scrivere e pubblicare poesie e racconti, con ritrovata creatività. Serenità ritrovata anche grazie al successo televisivo (era spesso ospite di Costanzo) ed al vitalizio della legge Bacchelli.

Un’artista dalla immensa vena e dalla grande follia, che dell’amore causa del primo ricovero scrisse: “Fu il mio primo amore, fu grande amore. Era timidissimo, con la paura di amare. Non era un conquistatore ed io ogni tanto, gli davo qualche sberla..” mentre la vita schiaffeggiava lei. Poi arrivò Salvatore Quasimodo, a cui dedicò alcune poesie erotiche, vennero due mariti e quattro figli, il silenzio e l’emarginazione. Alda Merini viveva in una casa di due stanze al secondo piano sui Navigli, piene di ogni cosa e con parecchi gatti, in condizioni igieniche alquanto discutibili. Ma loro, questi grandi artisti, si sa che sono fatti così, originali nella loro stravaganza.

Lascio qui il mio modesto saluto ad una grandissima del nostro tempo, con una sua eloquente frase: “Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita”.

La scorsa estate, su questo sito, trovò spazio la recensione di quello che considero, ad oggi, uno dei più bei libri letti quest’anno: “Il seme del desiderio“, scritto da quell’artista polivalente che risponde al nome di Kay Rush. La ragazza, nata a Milwaukee, da padre svizzero-tedesco-statunitense e madre giapponese, vive ormai stabilmente in Europa da anni, dividendosi tra Italia e Francia e specializzandosi in una serie di attività artistiche tra le più disparate. Ma parlando di Kay, credo sia inevitabile il collegamento alla sua prima importante apparizione televisiva nel nostro paese; era il 1984 e nasceva DeeJay Television, primo programma a trasmettere video musicali con impostazione commerciale (prima di lei ci aveva provato Carlo Massarini con Mister Fantasy), in cui Kay si occupava di tutte le interviste. A quei tempi lavoravo anch’io in radio e rimasi colpito da tanta professionalità e preparazione, doti fino ad allora sconosciute.

L’occasione per tornare a parlare di Lei mi è stata data dalla presentazione della sua compilation, intitolata “Unlimited VIII”, che si è tenuta al Living di Milano lo scorso 14 ottobre, presentazione che ha anticipato l’uscita del CD, avvenuta due giorni dopo. La prima cosa che colpisce, appena hai tra le mani la pubblicazione di Kay, è la cura con cui si presenta ogni particolare, a partire dalla confezione. La custodia del doppio CD, infatti, è in cartone rigido, quasi un cofanetto dallo styling molto curato, con le bellissime immagini di Kay, fotografata da Erika Banchio e vestita Missoni. Particolarmente raffinati anche il libretto interno e la stampa sui dischi. Un modo di presentare un lavoro che è un calcio alla crisi della discografia; se troviamo artisti che curano così attentamente le proprie pubblicazioni, molto probabilmente saremo più invogliati ad acquistare un originale, piuttosto che scaricare brani da Internet.

La locandina – invito alla presentazione, nonchè copertina di “Unlimited VIII”, nuovo lavoro discografico di Kay Rush.

“Unlimited VIII” è composto da due CD, per un totale di 28 tracce, rigorosamente di genere soul e deep house. Il CD “K” è un po’ più easy, da ascoltare con la necessità di lasciarsi trasportare in una atmosfera particolare e suggestiva, mentre il CD “R” è un po’ più movimentato. Nel complesso, rispetto alle precedenti produzioni di Kay Rush, la VIII è forse la compilation più romantica, con sonorità più soft rispetto al passato e, proprio per questo motivo, vedo il  lavoro appena uscito, particolarmente indicato per chi non essendo del settore, avrebbe piacere ad entrare nel mondo della Deep House.

Ma cos’è questo genere musicale e da dove trova origine? Per chi non sapesse nulla della Deep House, posso dire che vide la luce quando il sound della Chicago House si fuse con la Garage house newyorkese, dando vita ad un nuovo ed originale suono che influenzò lo stile di partenza. A Chicago, verso la metà dei favolosi anni 80, lo stile House si è evoluto con sonorità più lente, incorporando in se influenze tipicamente jazz. Il profondo suono del basso che caratterizza la struttura musicale, dà il nome al prefisso ‘Deep’. Oltre al basso, il suond Deep House è il risultato di sintetizzatori, drum machine, sequencer e tastiere, sviluppandosi da standard soul e soprattutto jazz. Una miscela che trasmette un ritmo rilassato dai suoni raffinati, particolarmente adatto, e per questo utilizzato, nelle sfilate di moda.

Il video intervista a Kay Rush, in occasione della serata del 14 ottobre al Living di Milano, dove ha presentato la sua ultima compilation “Unlimited VIII”

Un disco a mio modo di vedere favoloso, davvero raffinato in tutti gli aspetti, e dal calore che solo certe sonorità sanno trasmettere. Dall’iniziale “Kings of groove” un brano da ascoltare abbracciato alla persona amata, sorseggiando un buon bicchiere di vino, fino alla traccia conclusiva, quel “Can you feel it”, vera track storica del genere, il CD è tutto un susseguirsi di emozioni allo stato puro, le emozioni di un linguaggio artistico universale, che ci porta in un virtuale viaggio verso società, usi e costumi diversi dai nostri. Per fortuna che ogni tanto c’è la voce di Kay ad aprirci per un momento gli occhi per ricordarci che siamo vivi.

Un grazie speciale alla mia amica Kay, semplicemente per avermi regalato un’altra grande emozione, che desidero condividere con chi ama la vera musica.

Per la riuscita di una serata a cui tengo particolarmente, oltre agli accorgimenti classici relativi ad un posto carino e discreto, ad una bella colonna sonora di sottofondo, c’è un particolare da tenere sotto attenzione che ritengo fondamentale non trascurare: la scelta del vino. Magari chi legge ed è astemia non lo considera un fattore importante, ma con certe donne che amano sorseggiare un buon vino, è un aspetto molto apprezzato. Ne parlavo proprio poche sere fa a cena con una cara amica. E siccome ogni zona d’Italia ha i suoi tesori, anche quelli imbottigliati lo sono, e tutti noi lo sappiamo bene. Provo quindi, con poche parole, a riassumere le mie preferenze nel campo dell’enologia, da vedersi come un suggerimento, e senza la presunzione di costituire una guida.

La prima distinzione importante è naturalmente quella tra vini bianchi e rossi, con annessi bicchieri. Perché la scelta del bicchiere è un aspetto rilevante al fine di migliorare la percezione delle caratteristiche olfattive e gustative di un vino. Il ballon, ad esempio, è il tipico calice a coppa larga, indicato per i vini rossi, da servire ad una temperatura intorno ai 18 °C. Più bassa, intorno ai 12 °C, la temperatura indicata per i vini bianchi, da servire preferibilmente in calice a tulipano. Un particolare importante è il punto in cui va afferrato il bicchiere, sulla base o sullo stelo, e mai per la coppa, altrimenti il calore del palmo della mano riscalda il vino stesso.

Di seguito alcuni vini che amo, i miei cinque preferiti:

LAMBRUSCO: E’ un vino tipico delle province di Modena e Reggio Emilia, ed è un rosso dalla spuma cremosa. Realizzato con uno o più vitigni differenti, che fanno però parte della stessa famiglia, è particolarmente indicato per salumi, minestre di verdure, carni con parti grasse, cotechino e petto d’anitra.

BRUNELLO di MONTALCINO: E’ considerato all’estero il vino italiano più rappresentativo, ed è fatto con uva sangiovese. Il nome deriva dalla denominazione che i contadini locali davano al colore dell’acino d’uva, brunello appunto. E’ un vino particolarmente indicato per carni arrosto, selvaggina, brasati

MULLER THURGAU: E’ un vino bianco del Trentino Alto Adige che deve il nome ad Hermann Muller, un botanico originario del cantone di Thurgau. L’uva ha un sapore particolare, molto aromatica, al punto che in passato veniva messo ad appassire fino a Natale per utilizzarlo anche come vino da dessert. E’ particolarmente indicato per piatti a base di pesce in antipasto ed umido.

GRECO DI TUFO: E’ un vino bianco campano da vitigno di origine greca, soprattutto limitato alla provincia di Avellino. A conferma dell’origine antica del vitigno, sono stati ritrovati degli affreschi, a Pompei, che lo cita. E’ indicato soprattutto per primi piatti con crostacei e carni bianche

VERMENTINO: E’ un vino sardo, che proviene da vitigni di origine spagnola e che ha trovato ottime condizioni ambientali, soprattutto in Gallura. Il sale portato dal vento caldo trasmette un senso di aromaticità, e si accompagna bene ad aperitivi, primi piatti delicati e frutti di mare.

Mi dispiace non aver potuto inserirne altri, ma dovendo fare scelte, sono purtroppo rimasti fuori prodotti che meriterebbero la stessa considerazione, come Barolo, Dolcetto Valpolicella, Chianti, Nero d’Avola, Lacrima di Morro d’Alba per i rossi e Gewurtztraminer, Chardonnay, Pinot, Falanghina, Passerina (non ridete, si chiama proprio così) tra i bianchi. Ma lo scopo del post era solo quello di promuovere un particolare che ritengo importante e che, troppo spesso, viene sminuito nel suo valore. Magari, se vi preparate ad invitare a cena l’uomo dei vostri sogni, spero di aver contribuito a fornirvi un utile punto di riflessione.

Nella mia vita, credo come ogni persona, ho lasciato e sono stato lasciato. Quasi sempre ho deciso con la mia partner che era giunto il momento di lasciarsi, che non esisteva più il pretesto per continuare, che continuando ci saremo fatti solo del male. Me ne accorsi prima io, se ne accorse prima lei, ma alla fine, messi con le spalle al muro, non si poteva non riconoscere la giusta valutazione. Essersi lasciati quando ancora il rapporto non era degenerato, ha fatto si che con le mie ex è rimasto sempre un legame affettivo forte.

Non nego però che, quando è successo, ho pianto. Ho pianto come tutti, ho pianto come tanti. Ho pianto come spesso fanno le donne. Gli uomini e le donne sono uguali di fronte ai sentimenti. Non lo vogliono far vedere ma gli uomini, nel loro privato, soffrono come le donne. Si vergognano ad ammetterlo, si vergognano ad ammettere le proprie debolezze, come fosse una colpa. Probabilemnte perché siamo in una società maschilista e l’immagine vincente è ancora quella dell’uomo cacciatore.

EVOCAZIONI

E’ una domenica pomeriggio uggiosa, e la voglia di fare qualcosa di costruttivo, è pari a zero. Non ho voglia di uscire, non ho voglia di vedere la tv, non ho voglia di leggere, né di scrivere.  La vorrei accanto a me, ma Lei oggi non c’è e non ci può essere. Sento la necessità di dare un senso a questa giornata, anche se questa giornata un senso non ce l’ha. Mi stupisco che mi vengono in mente le Vasco citazioni, proprio a me che Vasco non è che lo ami tantissimo. Unico piacere che si prospetta all’orizzonte è mettere su un CD ed ascoltare musica. Ma che cazzo di musica scelgo, vista l’aria da scazzo che regna sovrana? Decido di andare sul sicuro e tiro fuori dallo scaffale “IV” dei Led Zeppelin, un evergreen adatto a tutte le occasioni.

Seleziono con il telecomando la 4^ traccia, mi siedo sul divano, premo play, chiudo gli occhi ed inizio a sognare sin dalle prime note, fino a sentire un brivido percorrermi la schiena, non appena la voce di Plant intona “There’s a lady who’s sure, all that glitters is gold, and she’s buying a stairway to heaven”. Magia allo stato puro. Sarà la milionesima volta che ascolto questo brano ed ogni volta è un’emozione nuova, intensa. Sarà l’atmosfera, sarà che l’ambiente è inusuale, saranno gli occhi chiusi, ma oggi, seguendo quella melodia, sento dentro di me evocare, gradino dopo gradino, la lenta e faticosa salita verso il cielo. Con una consapevolezza in più. La scala esiste, il paradiso, forse, no.

Nel mio continuo percorso alla ricerca di nuovi artisti meritevoli di segnalazione, oggi propongo il romanzo d’esordio di una ragazza catanese, Concetta Spadaro, intitolato “Paura d’amare”. Dopo aver esordito come poetessa e scrittrice di romanzi brevi e dopo aver ricevuto vari riconoscimenti, pubblica un paio d’anni fa il suo primo libro.  La protagonista della vicenda è Lara, una ragazza resa insicura dagli avvenimenti della vita, desiderosa di dare e ricevere amore, ma terrorizzata di avere ulteriori delusioni. Tutto questo fino a che non appare nella sua vita un uomo, apparentemente diverso dagli altri, che riesce a far innamorare Lara ma che, inevitabilmente, la trasporta in situazioni equivoche, non propriamente indicate per una persona fragile.

Il libro è molto bello e le vicende scorrono con un ritmo che prende il lettore, impedendogli di staccare. C’è un susseguirsi di colpi di scena che ti invogliano ad andare avanti nello scorrere dei capitoli, per capire cosa succederà di lì a poco. Anche se detto così può sembrare un libro di semplice lettura, in realtà non lo è affatto. Molti sono i riferimenti che ci si possono trovare, dagli aspetti della vita di oggi, che mi portano a considerare Concetta come una ‘scrittrice dei tempi moderni’, al legame con il film omonimo di qualche anno fa, che vide protagonisti Al Pacino e Michelle Pfeiffer. Storie parallele, realtà diverse, sfondi di una società diversa, ma con un minimo comune denominatore: la paura di amare, quando la vita ha messo a dura prova i tuoi sogni e le tue ambizioni. Un libro romantico, appassionato, ma con risvolti che mettono in risalto valori nobili, quali i rapporti d’amore in tutte le sue forme. Amore verso i genitori, verso gli animali, verso le amicizie e, naturalmente, verso il partner.

La copertina di “Paura d’amare” ed un bellissimo primo piano dell’autrice Concetta Spadaro.

Spesso samo portati a leggere un libro, senza capire nulla fino a metà, a volte per tutto il racconto. Con “Paura d’amare” no, visto che tali preoccupazioni, per me, sono svanite sin dal primo capitolo, di cui riporto integralmente tre passi significativi:

“Quel balcone era diventato per Lara un posto speciale, un angolo di Paradiso nel quale si rifugiava spesso per staccare la spina dal solito tran tran quotidiano e sentirsi serena ed in pace con se stessa e con il mondo”.
“Fu molto difficile per la ragazza adattarsi alla nuova situazione, ma doveva prendere una decisione: o lasciare che la morte di sua madre la portasse alla follia o cercare di ricominciare a vivere. Decise che avrebbe almeno provato a sopravvivere”.
“Sognare un amore tenero, spensierato che le riempisse la vita e la facesse sentire viva. Aveva dentro se una grandissima voglia di amare e di dare”.

Chi mi segue da tempo, chi mi conosce, sa quanto sono legato a queste parole e quanto mi rappresentano, al punto che mi sono meravigliato nel leggerle, sapendo che non le avevo scritte io. Il concetto di un posto nel mondo dove rifugiarsi per ritrovare se stessi, la volontà di vivere sempre e comunque la propria vita e non lasciarsi sopravvivere da essa, sognare un amore a cui dare tutto se stesso sono argomenti letti e riletti su questo sito. Ho conosciuto Concetta Spadaro casualmente, leggendo una sua intervista nel blog di Annamaria Platania, sono passato nel negozio Feltrinelli della mia città che mi ha trovato il libro in pochi giorni, ed il gioco è fatto. Ero sicuro che mi sarebbe piaciuto, anche se non saprei spiegare il perché. Ora, dopo averlo letto è tutto chiaro, come dico spesso, le persone non si incontrano per caso.

Chi ne volesse sapere di più, può visitare il sito ufficiale di Concetta Spadaro.

AIACE

“Giove padre, togli a questo buio
i figli degli Achei, spandi il sereno
rendi agli occhi il vedere; e poichè spenti,
ne vuoi, ci spegni nella luce almeno”.

Questo passo dell’Iliade, ci riporta al momento della battaglia navale tra Troiani ed Achei, quando Giove mandò una caligine per offuscare la vista dei Greci, che stavano soccombendo, ed Aiace rivolse la sua preghiera al padre di tutti gli dei. Aiace era un valoroso condottiero che seppe distinguersi dagli altri in quanto, oltre alle doti di forza, coraggio e valore, abbinava un modo di agire ed un carattere che lo facevano sentire più vicino alla gente comune e quindi, per certi versi, più umano e simpatico. E’ impressionante, leggendo questi poemi epici, come le vicende narrate siano applicabili anche a situazioni e stati d’animo ben vivi ai giorni nostri. E come possa capitare di sentirsi molto vicini a tali personaggi. Tra tutti, ad esempio, quante donne si saranno sentite delle novelle Penelope?

Di Aiace, ad esempio, emerge in modo lampante la solitudine dell’eroe. Malgrado il valore dimostrato quando subentrò ad un Achille ritiratosi dalla contesa, dopo aver duellato per un giorno intero con Ettore in una battaglia senza vincitori né vinti, subì una grave offesa dall’assemblea dei capi greci. Alla morte di Achille, infatti, le armi di quest’ultimo furono assegnate ad Ulisse. Tale decisione fu per Aiace un vero affronto al punto da fargli perdere il senno; in uno stato di follia fece strage di animali, scambiandoli per soldati greci. Rinsavito, si suicidò per la vergogna. Il suo corpo, contrariamente a quanto previsto per i condottieri, fu sepolto invece che bruciato. Una leggenda vuole che le armi di Achille furono perse da Ulisse in un naufragio e le onde del mare le depositarono nel luogo dove giaceva il corpo di Aiace, rendendogli una tardiva giustizia.

Vedo molta attualità in queste situazioni, soprattutto per i meriti che non vengono riconosciuti dall’alto, per le reazioni stressate che portano ad una ira funesta (anche ingiustificata), per una sorta di umana debolezza che ti può portare al suicidio. Ed alla fine, solo dopo morto, una giustizia divina che ti riconosce il meritato valore. Ma il paragone più attuale tra passato e presente sono le parole finali della preghiera di Aiace, una preghiera accorata non per la propria salvezza, ma per andare incontro al buio della morte nella luce del sole. Un modo molto sereno e tipicamente orientale di prepararsi al trapasso tra i due mondi, da vivere con la serenità necessaria…Facci morire sì, ma nella luce

Articoli precedenti »