E’ ormai diventato un costante piacere parlare di opere letterarie di amicizie che ho incontrato e conosciuto qui sul web. Non me lo impone nessuno, ma lo faccio sempre con tanta soddisfazione, sia perché è sempre bello andare alla ricerca di nuovi talenti sia perché, effettivamente, i libri che mi ritrovo a leggere sono di ottimo livello e sia perché, dentro di me, spero sempre che le mie parole servano a dare fiducia e stimoli a chi propone i propri racconti. Oggi è con molta gioia che parlo di Annamaria Tanzella, e del suo libro, opera prima, dal titolo emblematico: “Ali tarpate”.
Le ali tarpate sono in genere i destini che il caso, la storia, gli uomini, noi stessi, riserviamo alle nostre esistenze. Rappresentano l’impossibilità di spiegare le ali, di cui tutti siamo dotati, per i motivi sopra citati, l’impossibilità a coltivare i nostri sogni, le nostre ambizioni. Protagonista del racconto è Clarissa, una donna dell’Italia meridionale, in un viaggio che parte dall’immediato primo dopoguerra, e si conclude ai nostri giorni. Un periodo fatto di miseria, di povertà, di rassegnazione ed al tempo stesso di desiderio di rivalsa economica, soprattutto nelle donne del tempo. Le donne di allora, unica forza che emerge in un clima apocalittico, ed in cui l’uomo cerca di far sopravvivere la sua anonima esistenza. Una forza che diventa ancor più forte e considerevole, se rapportata alle difficoltà che hanno accompagnato la sua vita. Un padre autoritario, un marito debole, e certe prese di posizione che la portano a trasmettere orgoglio e determinazione ad una madre che troppo spesso ha detto sì, solo per il bene della famiglia. Ma la grande immensa grandezza di Clarissa, per assurdo, emerge soprattutto quando la vecchiaia attenua le forze della donna. Ed è lì che la protagonista vive la consapevolezza che tutto ciò che di buono ha seminato, sta raccogliendo sotto forma di soddifazioni vitali ed energetiche.

Di Annamaria potrei dire che è una scrittrice che ‘racconta’ la sua vicenda. Ho infatti letto il libro in questi giorni freddi, e mi è sembrato di trovarmi a tu per tu con l’autrice, magari davanti ad un caminetto acceso e con un bicchiere di vino in mano ad ascoltare la sua voce narrante. Un po’ come gli aedi dell’antica grecia. Una sensazione che deriva dallo stile, totalmente unico della scrittrice. Può piacere o non piacere, ma sta di fatto che Annamaria si rivolge a Clarissa in modo diretto, dandole del tu e spesso spiegando in modo moralistico lo svolgimento della vicenda. Questo è ciò che, dal punto di vista tecnico, sorprende di più nella lettura. Ti senti portato per mano in un viaggio nel tempo, in una realtà di cui hai sentito parlare solo nei documentari.
Ci sono soprattutto due aspetti che mi legano a questa scrittrice. Uno è l’atmosfera prettamente artistica che si vive in molti passaggi del libro, sia quando si parla del nonno Umberto, pittore incompreso in un paese povero in cui l’arte è l’ultimo dei pensieri degli abitanti, troppo intenti a sopravvivere, sia soprattutto, per lunghi tratti, durante le lezioni di pianoforte della protagonista e delle vicende che le ruotano attorno. Memorabile è la descrizione della ‘prima’ di Clarissa e di tutta la cerimonia di preparazione all’evento. Davvero da brividi. Il secondo aspetto tutto racchiuso nella dedica prima del racconto, i ringraziamenti che Annamaria riserva verso il marito e la nuora, che l’hanno sempre appoggiata ed incoraggiata in questo primo percorso letterario. Ho letto quella dedica con commozione, perché posso solo immaginarne il significato. Non è facile essere profeta in patria, e l’ho sperimentato sulla mia pelle.
Un libro che vi consiglio caldamente, da leggere tutto d’un fiato, ma con una collezione di Kleenex a portata di mano, considerando gli argomenti toccanti e commoventi del racconto. Complimenti Annamaria, se il buon giorno si vede dal mattino…






