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PODCAST

Accogliendo l’invito che mi ha fatto Flavia nel commento di qualche post fa, vorrei spiegare a coloro che non ne sono a conoscenza cos’è un podcast, termine tanto di moda nell’era digitale, soprattutto con il grande diffondersi dei formati audio MP3, ma di cui molti ignorano il significato. Come per conoscere il significato dei termini letterari dobbiamo rifarci al latino o al greco, per spiegare cos’è un podcast direi di partire dall’analizzare il nome. Podcast è l’unione di due parole: iPod e Broadcasting. Su cosa sia un iPod penso non sia il caso di spendere parole, visto che tutti sanno che è il nome dato dalla Apple ai lettori MP3 di propria fabbricazione, mentre Broadcasting è un termine tecnico derivante dal mondo della comunicazione via radio/tv. Se queste due parole vengono fuse in una, si può anche intuire che Podcast è una trasmissione radio (o video) registrata digitalmente e resa disponibile in Internet, utilizzando un codice al fine di renderla scaricabile e riproducibile a proprio piacimento, anche da un lettore portatile.

Se vi siete persi la trasmissione del vostro programma radiofonico preferito, è possibile andare sul sito dell’emittente (sempre che faccia uso di Podcast) e ascoltarla sul PC o scaricarla per poi trasferirla sul lettore MP3 portartile. Riassumendo, un Podcast è un contenuto audio o video scaricabile dal web grazie ad un client. Trattandosi di file da scaricare, è opportuno tenersi allineati con gli aggiornamenti, e di questo si occupa il client. E’ infatti fondamentale, una volta effettuato il download del Podcast che ci interessa, venire avvisati della presenza di novità da scaricare. E ciò avviene abbonandosi, gratuitamente, alla tipologia dei Podcast preferiti, ed inseriti nel profilo personale.


La locandina di “Music History” programma di Virgin Radio con Paola Maugeri, presente come Podcast su iTunes.

Tanto per fare un esempio pratico, se una trasmissione va in onda in orari che non possiamo ascoltare, sarebbe una grande cosa scaricarlo e sentirlo quando ci fa comodo. Se poi la trasmissione è a puntate, è molto importante che la nuova puntata venga aggiunta nell’archivio e il software ci avvisi. Il tutto è nato parlando di “Music History”, e proprio la trasmissione di Virgin Radio, condotta da Paola Maugeri, può essere un esempio pratico. Su iTunes, la libreria multimediale sviluppata da Apple, alla sezione Podcast trovi “Music History, da cui puoi scaricare tutte le puntate che ti interessano ed abbonarti alla serie per gli aggiornamenti. Per saperne di più sul funzionamento dei Podcast su iTunes basta visitare la pagina Apple relativa.

Spero di essere stato abbastanza chiaro sul significato di Podcast e sull’utilizzo che se ne può fare. Essendo una creazione successiva all’invenzione della musica in formato digitale compresso (leggi MP3), in grado di ridurre a 4 MB il peso di un file originario di 40 MB, non esisterebbero contenuti multimediali in Internet. Per questo solo recentemente il fenomeno Podcast si è sviluppato anche per i video, grazie ai DVX, sfruttando il medesimo concetto dei file audio e gli stessi software. Per esempio il già citato iTunes fornisce negli elenchi gli indirizzi a podcast e videopodcast anche i contenuti video, riproducibili all’interno della medesima interfaccia. Il discorso potrebbe essere lungo, ma spero di essere stato chiaro nella spiegazione di cosa sia un Podcast…su come si creano penso possa essere di poco interesse, ma ben felice a tornare sull’argomento se così non fosse.

APPLAUSI

La vita del DJ è bella, specie se fatta per un numero limitato di anni. Ma è stressante, e se la fai per un lungo periodo, alla fine paghi inevitabilmente l’usura fisica e mentale. A meno che non ti aiuti con sostanze stupefacenti. Per questo motivo Loris ha smesso di fare serate quando era ancora giovane, ritornando sulla scena solo per delle specifiche occasioni, come dei Remember anni 70 o 80, in cui era lo special guest, facendosi pagare profumatamente. Anche perché, diciamocelo chiaramente, continuare a scimmiottare in età avanzata non si è più credibili come se lo fai a 25. Ed ecco che, all’esclusività delle serate in discoteca, Loris ha alternato nel tempo seminari su concetti di musica. Attività che ha sempre amato, visto il contatto con i giovani e con realtà nuove, che lo ha da sempre stimolato e messo in continua discussione, facendone un motivo per crescere.

Negli ultimi mesi, Loris ha ricevuto vari inviti presso emittenti radiofoniche, nelle Scuole a carattere sociologico e nelle Università, per spiegare agli studenti il legame che c’è tra Musica e Società, e su come l’una sia influenzata dall’altra, prendendo in riferimento il periodo che va dalla metà degli anni 60 alla fine del millennio. La cosa lo ha molto entusiasmato, sia perché è il suo tempo e la sua musica, sia perché è stato affiancato in questo progetto da Patrizia, una bella ed affascinante collega, giornalista specializzata nel settore. Le presentazioni si susseguono periodicamente, e quando la sede del seminario è lontana da Milano, Loris e Patty la raggiungono la sera prima. E’ successo varie volte, ed è successo anche quando il meeting si è tenuto in un borgo medioevale, sulle colline toscane. Solo che, sarà il clima autunnale, sarà il Brunello di Montalcino, vino tipico della zona, l’ultima serata dei due amici colleghi sarebbe stata diversa dalle altre.

Loris attendeva Patty nella hall per andare a cena in un ristorante vicino all’albergo. Quando scese lo colpì, visto che quella sera, lei, era meno casual e più elegante del solito. ‘Che figa’ pensò, anche se le uscì un semplice “Che bella che sei”. Patty ringraziò e si incamminarono verso il ristorante. La serata scorse via leggera, tra un piatto tipico ed un Brunello e, forse anche per gli effetti dell’alcool, i discorsi spaziavano tra i più disparati campi, compreso sesso ed annessa attività. Loris e Patty si conoscono da molto tempo, ed anche se raramente si sono spinti in certe intimità, non hanno mai avuto remore morali nell’affrontare l’argomento. Loris, ad un certo punto, le chiede il perché di un abbigliamento così sensuale, rimanendo sorpreso della risposta. “Perché stasera ho voglia di fare sesso”! Non essendosi mai sentito l’oggetto del desiderio di Patty, Loris ribattè che “…non sarà facile trovare qualcuno in questo piccolo paese”. Ma lei rincalza la dose, dicendogli che l’uomo ce l’aveva già, solo che lui non lo sapeva ancora.

Loris intuisce allora il doppio senso delle parole di Patty, e si tuffa nel gioco, ottenendo conferma che sarebbe stato proprio lui il pensiero di quella notte. Aveva sempre considerato la sua amica una donna molto affascinante, ma non l’aveva mai vista come la potenziale partner di una notte. Quella volta però ogni certezza era destinata a cadere, ed entrambi si trovarono l’uno di fronte all’altra senza più nessun tabù. Nel tornare in albergo, le vie del borgo erano buie ed isolate. Sono bastati pochi sguardi per far aumentare il desiderio, ed i due ragazzi non hanno saputo aspettare di rientrare in stanza, iniziando nella strada avvolta dalla nebbia, quell’intimità solo parzialmente interrotta alla reception, prima di riprendere forza nell’ascensore ed esplodere non appena si chiuse alle loro spalle la porta della stanza 411. Erano già seminudi, e credo che ogni ulteriore dettaglio sia superfluo. Resta solo da annotare che, passata una notte insonne, la mattina successiva Loris e Patty hanno tenuto uno dei loro migliori seminari, al punto di ricevere il convinto applauso degli studenti toscani. Loro, gli studenti, lo hanno fatto per la lezione, ma Loris e Patty lo hanno collegato a tutt’altro, come la notte appena trascorsa. Una notte da applausi!

FEIST: METALS

Nel corso di un anno, prima o poi, c’è sempre l’uscita di un disco che ti fa esclamare ‘finalmente’! E’ un disco che, per la bellezza, per la capacità di coinvolgere, per la raffinatezza, mancava nel panorama discografico internazionale. “Metals“, dell’artista canadese Leslie Feist (artisticamente solo Fesit) è uno di questi dischi. Poco conosciuta in Italia, se si esclude il brano “Mushaboom” che fece da colonna sonora allo spot Lacoste Essential, ma notissima nei paesi musicalmente più evoluti grazie a mille collaborazioni, Feist è al suo quinto album dopo “Monarch” del 1999, “Let It Die” del 2004, “Open Season” del 2006 e “The Reminder” di quattro anni fa. Ciò che colpisce di “Metals” è l’innata eleganza che lo accompagna dall’inizio alla fine, unitamente ad una spiccata sensibilità della melodia tipicamente soul, in un ideale percorso di maturazione che elimina il superfluo per rimanere con la sua vera essenza, come solo un grande artista è in grado di fare.

Questa premessa è necessaria per la definizione artistica che si va a dare di “Metals”, disco stupendo in un intimismo che definire meditativo è poco. Meditativo che non vuol dire ermetico e complesso, ma piuttosto emotivo e sensuale come solo la voce di Leslie sa trasmettere. Le 12 tracce, tutte di ottima fattura, sono piccole perle che arrivano immediatamente al cuore di chi ascolta e confermano nell’artista canadese una spiccata personalità ed un’anima profonda ed intensa che si incrociano in un equilibrio perfetto dando vita ad un album sostanzialmente perfetto, che cresce di valore ad ogni successivo ascolto, in una continua illuminazione di paesaggi ed orizzonti inesplorati. Un disco che è sicuramente una delle migliori uscite dell’anno scorso.

Lo stupendo video di “How come you never go there”, brano tratto da “Metals”, ultima splendida fatica  discografica di Leslie Feist.

Sono passati ben quattro anni da “The Remainder”, il disco che avrebbe confermato e migliorato i buoni propositi del precedente “Let It Die”, quattro lunghi anni in cui Leslie ha rimesso in gioco la credibilità, come ogni artista prima della pubblicazione di un nuovo lavoro, mediante un gioco sempre più rischioso. Più le aspettative sono grandi, infatti, più hai già prodotto lavori di alto livello qualitativo e più esiste il rischio di deludere i tuoi fans. Sicuramente ci avrà pensato a lungo Feist, vista la durata della gestazione dell’album, ma mantenendo i nervi ben saldi, forte e consapevole del proprio talento, ha dato alla luce un disco di rara bellezza. Un lavoro che colloca la cantautrice canadese direttamente sullo stesso piano di nomi del livello di Joni Mitchell o Carole King.

Un disco capolavoro, testi letterari che fanno da contorno a delicate melodie è quanto viene fuori dai ripetuti ascolti di “Metals”. Un disco che mi ha appassionato pur non essendo un amante del blues, a dimostrazione che quando la musica è bella, vale la pensa di ascoltarla tutta. Con “Metals” Leslie Feist ci ha donato uno dei dischi più belli del 2011, e quando ti capita tra le mani un’occasione del genere, il minimo che un ascoltatore può fare, è ringraziare educatamente per il regalo.

Una delle città più vive che ricordo è la Milano degli anni 80, gli anni del boom economico dopo la regressione dei 70, gli anni degli yuppies e della Milano da bere. Erano gli anni in cui Milano era la città italiana più importante, la città più mitteleuropea, la capitale della moda che tutti gli stilisti, i fotografi e le modelle aveva preso come riferimento per raggiungere fama e successo. Proprio per questo motivo in quegli anni ci fu uno spaventoso giro di ragazze, di avventurieri e di polverine bianche. Attirati dal successo e dal denaro facile, sbarcavano nella capitale lombarda ragazze proveniente da ogni parte del mondo, e disposte a tutto pur di arrivare. Ragazze che venivano ben presto coinvolte in feste e festini vari e che sparivano dall’ambiente moda milanese con la stessa rapidità con cui vi erano entrate.

Spesso era così, ma non sempre, per fortuna. Ci sono stati casi in cui le aspiranti modelle che percorrevano l’onda del momento erano ragazze valide, serie, talentuose e, non lasciandosi coinvolgere nei festini by night, riuscirono ad emergere. In fondo la modella è come un atleta, deve avere cura del proprio fisico, andare a letto presto la sera e perseguire un’alimentazione curata. Erano gli anni di Helena Christensen, Stephanie Seymour, Cyndi Crawford, Elle McPherson, Paulina Porizkova e Renee Simonsen, tutte splendide fanciulle, e bravissime top. In questo scenario stratosferico, forse sembrerò anticonformista, ma la mia preferita, quella che a mio modo di vedere era la più bella ed affascinante di tutte, nonché la più brava nel lavoro di modella ed indossatrice, non faceva parte di quell’elenco, ma era una ragazza proveniente dall’est ed il suo nome è Bernie Marovt.


Bernie Marovt in una foto di metà anni 80, quando era una top model, ed oggi, cinquantenne manager di successo.

Bernie era una bellissima ragazza, classe 1960, proveniente dalla ex Yugoslavia. Aveva però uno charme che nessun’altra, magari più bella di lei, possedeva. Occhi azzurri, viso irregolare e corpo mozzafiato ne hanno fatto da subito l’oggetto del desiderio di molte case di moda, che fecero carte false per averne l’esclusiva. Ed ecco che in breve tempo diventò testimonial de La Perla prima, e di Alpitour poi. Arrivò in Italia verso la metà degli anni 80, con il curriculum di Miss Yougoslavia, ottenuto nel 1983, e vi rimase per una ventina di anni, in cui divenne una delle modelle più richieste, lavorando con i massimi esponenti della fotografia, tra i quali Helmut Newton. Bernie è sempre stata una ragazza con la testa sulle spalle, e grazie a questa maturità, non si perse tra le bellone senza cervello e dalla sniffata facile, ma raggiunse cachet da vera top. Ed il fatto che ancora oggi, a 51 anni compiuti, sia ancora una donna estremamente bella ed affascinante, è la conferma di aver vissuto una vita estremamente sotto controllo.

Nel 2004 decide di mettere la sua esperienza ventennale come modella al servizio di altre ragazze, e fonda la ‘Berniemodels’, un’agenzia con sede a Maribor in Slovenia, unica società del settore a portare avanti il progetto denominato ‘Final Photo Shooting’. Progetto che consiste in un lungo tour che mette in gara modelle, soprattutto dell’est europeo, attraverso eventi mediatici che permettono agli sponsor di presentare i loro prodotti e servizi attraverso il pubblico, le riviste, il web e le televisioni coinvolte. Davvero un qualcosa di innovativo per il settore. Sono passati quasi 30 anni da quando una giovanissima Bernie Marovt si affacciò timidamente sulle passerelle milanesi, e sono felicissimo di vederla ancora in prima fila come manager di successo, e con una bellezza che sembra abbia fermato l’inesorabile trascorrere del tempo. Spesso il buon giorno si vede dal mattino, e con Bernie ogni giorno che passa è un giorno di sole.

Rimini e la Romagna, per tanti anni sono stati all’apice del divertimento, trovando mille modi originali e fuori dal comune per farlo. Non dimentichiamo che le prime mega discoteche italiane, nate sul finire degli anni 70 seguendo l’onda della disco music, dello Studio 54 e del CBGB’S (locali di tendenza newyorkesi), sono venute alla luce proprio in Emilia Romagna. Un popolo, quello riminese, votato al divertimento, e che ha sempre saputo farlo in modo intelligente e costruttivo. Per questo non mi stupisce che un evento innovativo, come quello di cui vado a parlare, abbia preso il via proprio nella splendida Rimini.

Venerdì scorso, 13 gennaio, si è tenuta al Satellite Music Club di Rimini una serata un po’ originale. Non è stata una classica serata in discoteca, non è stato un concerto, ma è stato il primo appuntamento di un tour sulla storia della musica, il “Music History Tour”. Protagonista, manco a dirlo, Paola Maugeri, che già sulle frequenze di Virgin Radio conduce l’omonimo programma. Paola, donna tutto fare nel mondo della musica (giornalista, speaker, VJ, musicista, produttrice…) nelle tre ore di spettacolo anziché mettere su dischi come un qualsiasi DJ, sciorina decine e decine di aneddoti sulla storia del rock, accompagnando il numeroso pubblico presente all’ascolto di classici della musica, miscelandoli con dettagliate ricostruzioni relative alle band, autrici di quelle canzoni che tutti amano ascoltare, ballare e farsi raccontare.

Paola Maugeri, protagonista di “Music History Live”, un tour nei locali italiani per parlare di rock, ascoltando ottima musica.

Nell’era dell’ascolto digitale della musica e degli iPod, Paola Maugeri ci riporta al senso ed al valore di un disco, alle fasi che segnano la sua realizzazione, differenziandosi da quei DJ che mettono dischi, proponendo un reading musicale. Tre ore di musica con i classici della storia del rock, intervallati dalla lettura delle vicende che hanno accompagnato la realizzazione di quei pezzi: l’anno in cui sono stati composti, i fatti salienti di quel periodo, la descrizione della band e l’atmosfera in cui quei brani sono stati creati. Perché anche se nel nostro paese la musica è considerata intrattenimento, Paola ci prova a fare qualcosa per elevarla a cultura, come è giusto che sia. E la gente ha voglia di sapere cosa c’è dietro la pubblicazione di un capolavoro discografico. Lo testimoniano il successo del programma “Music History”, che in quattro anni dalla sua nascita ha stritolato la concorrenza con ascolti da record, e della prima serata di “Music History Live”.

Per chi non conoscesse “Music History” e fosse interessato a saperne di più, può scaricarlo come podcast su iTunes, abbonandosi gratuitamente all’articolo. Ad oggi sono più di novantamila persone al mese che downloadano la storia in musica di Paola Maugeri.

PATO…LOGIE

Era fin troppo evidente che l’Inter vincesse il derby milanese di ieri sera. Era evidente perché i nerazzurri stanno attraversando un bel momento di forma, e perché il Milan è spaccato da quanto successo la scorsa settimana. Mi sto riferendo alla vicenda che ha visto protagonista Pato, l’oscuro oggetto del desiderio, nonché genero del presidente Silvio Berlusconi. La storia è breve e cerco di riassumerla in poche parole. Pato è stato anni fa un investimento del club, che ha confidato sulle grandi qualità tecniche del giovane brasiliano, pensando che da lì a qualche anno sarebbe diventato un fuoriclasse, come successe con Kakà. Ma siccome non tutte le ciambelle riescono con il buco, Pato non ha mantenuto fede alle aspettative, e dopo quattro anni è ancora oggi un talento dalle grandi potenzialità e nulla più.

Il gioco del Milan, che fa perno su un trascinatore come Ibrahimovic, non ha bisogno di tocchetti di classe fini a se stessi, ma di giocatori con le palle, che lottano su ogni pallone. Ed infatti ad esaltarsi nel modulo di Allegri sono stati soprattutto Nocerino e Boateng, giocatori buoni, grintosi, ma non propriamente dei fuoriclasse. In questa ottica, dovendo sostituire l’infortunato Cassano, si cercava di colmare il vuoto con l’acquisto di un attaccante con certe caratteristiche, come l’argentino Tevez, in rotta con il Manchester City, suo club di appartenenza. Ma Tevez costa, ed i soldi sarebbero arrivati proprio dal sacrificio del Papero milanista, richiesto dal Paris Saint Germain di Ancelotti e Leonardo. Affare fattibile, dal quale avrebbero tratto vantaggi un po’ tutti. Pato in primis, visto che la relazione con Barbara Berlusconi, figlia di Silvio e nel consiglio direttivo del Milan, l’ha portato a non essere molto ben visto negli spogliatoi, e quindi ad isolarsi. A questo stato aggiungiamo anche che, caratterialmente, Pato è tutto fuorchè un cuor di leone.

Pato durante l’anonimo derby che ha disputato ieri sera e che l’ha visto sostituito tra i fischi.

Giovedì scorso doveva essere il grande giorno di Tevez al Milan e Pato al PSG, visto che Galliani era andato a Londra per chiudere l’affare. Ma qualcosa è successo, visto che è tornato a mani vuote. La supposizione di tanti, poi confermata nei giorni successivi, è che Pato si sia sentito con Berlusconi pregandolo di farlo restare, e che Silvio abbia bloccato Galliani, facendogli fare una figura di merda che la metà basta. Sabato mattina, mentre facevo colazione, leggo la Gazzetta dello Sport, dove è riportata l’intervista a Berlusconi in cui ammette con spudorata presunzione, che l’operazione l’ha fermata lui e che Pato resta al Milan. Immagino lo stato d’animo di Allegri, Galliani e tutti gli altri compagni di Pato, che ora si ritrovano il bambino preso in giro all’asilo che va a piangere dai genitori, con cui condividere lo spogliatoio. Cosa sia successo è tutto nella cronaca del derby di ieri sera che, memore di questa prefazione, ho evitato di vedere, prevedendo come sarebbe finita. Allegri, fresco di rinnovo del contratto, non poteva non far giocare Pato, sperando che le vicende gli avessero lasciato dell’adrenali da mettere in campo. Pato ha camminato per San Siro come un pastore errante alla ricerca dell’oriente per circa 80, prima di venire sostituito sotto una bordata di fischi e l’Inter è tornata in corsa per lo scudetto.

Personalmente ero favorevolissimo allo scambio Tevez – Pato, perché è fin troppo evidente che il ragazzo brasiliano ha subito un’involuzione molto problematica che può solo peggiorare. E’ spesso fuori dal gioco, non ha intesa con Ibrahimovic, e segna sempre meno (Quest’anno solo un gol al Chievo, a porta vuota). La sua vicenda mi fa pensare a quella di tante aziende, che si mettono nelle mani di giovani ad alto potenziale di crescita, e per valutare gli esiti basta vedere l’andamento dell’economia italiana! Ora mancano altri 15 giorni di mercato, e spero che i segnali di contestazione di ieri sera facciano riflettere i dirigenti del Milan. Pato non lo vuole più nessuno, anche perché si rompe più di un vaso di porcellana…vendiamolo ora che possiamo farci ancora un bel po’ di soldi e prendiamoci Tevez. Io, schifato da tutto questo raccomandatismo, mi isolo per un paio di settimane negli Australian Open di tennis, che partono proprio oggi. Con l’augurio che quando tornerò sulla terra, nell’attacco rossonero ci sia qualche guerriero in più e qualche donnicciola in meno!.

Chi mi segue da tempo sa della mia grande passione per il tennis, sport che ritengo coinvolgente e grande trasmettitore di emozioni. Mi affascina tutto di questo sport, un diritto di Federer ed un rovescio di Serena Williams, un passante in recupero di Nadal e l’esplosivo servizio di Venus Williams, le divertenti imitazioni di Djokovic ed le volee di Edberg, il fascino della Sharapova e la femminilità della Ivanovic. In questi ultimi anni poi, il tennis ha fatto riemergere in me quel sentimento di nazionalismo che da tempo avevo perso nello sport, grazie alle imprese di Pennetta, Schiavone, Vinci ed Errani in Federation Cup, la coppa del mondo del tennis femminile. Ed è proprio di una di queste ragazze, Flavia Pennetta, che vorrei parlare oggi. Non per le imprese sportive, ma per l’uscita del suo primo libro, intitolato “Dritto al cuore“, biografia ma non solo della tennista brindisina.

Ho acquistato “Dritto al cuore”, libro edito da Mondadori, con la speranza di leggere qualche aneddoto sconosciuto, qualche curiosità di una sportiva che apprezzo tantissimo, che mi possano aiutare a capire meglio chi sia una tennista professionista. Mi accingo a leggere “Dritto al cuore” con questi propositi, con la convinzione quindi che non ne avrei mai fatto una recensione, proprio perché c’è ben poco da recensire nello scorrere la narrazione di una vita. E qui nasce la grande sorpresa, che mi ha fatto cambiare opinione. Il libro di Flavia è una biografia, ma non è solo una biografia. Il libro di Flavia è una confessione a cuore aperto di una ragazza comune, una ragazza come tante che, invece di fare l’impiegata o la commessa di un negozio, fa la tennista. La Pennetta ci prende per mano e ci fa sapere che, dietro alla campionessa dello sport più individuale di tutti, c’è la costanza di un duro allenamento, la rinuncia alle tentazioni ed ai divertimenti, la disponibilità a girare il mondo e l’obbligo nel sopportare i giudizi, spesso falsi e tendenziosi, nei propri confronti.

La copertina di “Dritto al cuore”, il primo bellissimo libro della tennista Flavia Pennetta.

Per chi non la conoscesse a fondo, Flavia Pennetta è nata a Brindisi il 25 febbraio 1983, ha vinto ad oggi 23 titoli nel circuito WTA (9 singolare, 14 doppio), uno Slam (Australia 2011 in doppio), 3 Federation Cup, ed è stata la prima italiana ad entrare nella top ten di singolo (10° posto nell’agosto 2009) e numero 1 in doppio (febbraio 2011). Tornando al libro, Flavia racconta i momenti importanti che l’hanno fatta a crescere, dalle prime vittorie nei tornei giovanili alla prima affermazione su Mary Pierce, dai primi tornei individuali alla Fed Cup. Ma la grandezza di “Dritto al cuore”, non è tanto nel racconto della Pennetta campionessa, ma della Flavia ragazza, donna. Nel libro emergono aspetti comuni a tutti, apparentemente banali, ma di vitale importanza per ognuno di noi. L’autrice ci parla senza timori della fragilità di una ragazza sola in giro per il mondo, delle sue ansie, delle sue paure, ma anche dei grandi valori che l’hanno aiutata a superare le mille difficoltà chei si è trovata davanti. Come il bellissimo rapporto con la sua famiglia, il valore dell’amicizia, ma soprattutto dell’amore, a volte non idilliaco, ma reale, fatto di aspettative e passione, di ansie e delusioni.

“Dritto al cuore” è un libro che si legge tutto d’un fiato, scritto con semplicità e scorrevolezza, che permette di conoscere un’atleta non solo sotto l’aspetto sportivo, ma portando alla luce chi c’è dietro la facciata, quali sono le sue emozioni e le sue esperienze, agonistiche e di vita. Ed è proprio questo mostrare le ombre di una vita apparentemente solo fatta di luci, la cosa che più coinvolge ed affascina del libro. Flavia Pennetta è una delle migliori tenniste del circuito, è una ragazza molto carina, è stata legata per un lungo periodo con il bello e tenebroso Carlos Moya (ex numero 1), ma quella che emerge è una ragazza semplice, allegra, compagnona, che non ha mai rinnegato le sue origini, ma ha piuttosto trovato in esse la sua coscienza. Una ragazza sensibile che lotta, suda, ama, sogna, piange, soffre ma che, proprio per tutto questo sa emozionare nel raccontarsi.

Non so se questo libro avrà un seguito o meno ma, dopo aver letto “Dritto al cuore” ed avere conosciuto cosa nasconde il successo agonistico della Pennetta, continuerò a tifare per lei con sempre maggiore convinzione. Perché Flavia è la dimostrazione che avere successo e realizzare i propri sogni si può, basta volerlo ed impegnarsi alla morte per riuscire a realizzarli.

Parma, ma potrebbe essere Torino, Milano, Ancona, Roma, Napoli o Palermo, una qualsiasi scuola elementare. Alcune amichette giocano tra loro durante la pausa mensa, come avviene da ormai 5 anni. Ma il clima non è più lo stesso di una volta, qualcosa è cambiato in questo lungo periodo, qualcuna di loro è cambiata in questo lungo periodo. Una di queste amiche viene presa in giro, accusata di essere una ‘secchiona’. Ma per capire e dare un giudizio, dobbiamo tornare indietro nel tempo, a qualche mese prima. Luciana, Sandra, Alessia e Luana sono molto legate tra loro, ed hanno costituito uno dei classici gruppetti scolastici, diverso da quello delle altre femminucce, tra cui spicca Gioia. Quest’ultima è la più brava della classe, la preferita delle maestre, la figlia che tutti i genitori vorrebbero avere.

Delle quattro moschettiere, solo Luana ha le qualità per essere paragonabile a Gioia, ma si applica meno e le sue performance, pur da invidia, sono leggermente inferiori a quelle della compagna. Almeno finchè, crescendo, non viene fuori il carattere e l’ambizione di raggiungerla. Luana, pur senza privarsi della spensieratezza della sua infanzia, s’impegna, si apre caratterialmente, e si mette in sana competizione con Gioia. I risultati sono eccellenti, e sta di fatto che al momento della consegna delle pagelle relative al primo quadrimestre dell’ultimo anno, le valutazioni sono esattamente uguali. Gli stessi 9 e gli stessi 10 sono stati dati alle due bambine. Luana è giustamente orgogliosa del risultato raggiunto, ma da quel giorno qualcosa cambia nei confronti delle tre amiche. Inizia un atteggiamento ostile e denigratorio, una continua presa in giro da parte loro, verso chi ha avuto solo la colpa di tirare fuori le palle, non fossilizzarsi nella mediocrità, ma provare ad elevarsi, riconoscendosi le qualità di cui dispone. Un atteggiamento che, a lungo andare, è però diventato pesante.

Ripenso ai miei trascorsi scolastici, quando invece dell’invidia subentrava lo spirito d’emulazione. Per carità, lo sfottò sui ‘secchioni’ è sempre esistito, ma era limitato ad una fugace battuta, e non si tendeva a colpevolizzare un compagno solo perché portato verso la scuola e, probabilmente, più intelligente degli altri. Ai miei tempi c’era una maggiore unione ed un maggiore senso dell’amicizia, un valore che oggi ha perso di significato. Provo a dare un senso al comportamento meschino di Luciana, Sandra e Alessia…sicuramente invidia, probabilmente frustrazione. Ragazzine complessate, gelose verso chi ha maggiori qualità di loro, frustrate da una situazione familiare in cui si sentono ruote di scorta rispetto a fratelli e sorelle. Ragazzine che definire vuote è poco, ragazzine che sanno solo interessarsi alle superficialità della vita, che hanno Game Boy, Nintendo, X box, Play Station, Disney Channel, DVD, DVX, MP3, che a dieci anni vestono capi firmati ed indossano solo scarpe Geox, ma dietro l’apparenza il nulla!

Non sarebbe giusto colpevolizzare ragazzine in età preadolescenziale, ma piuttosto i loro genitori, emblema di una società basata su valori futili e materiali, trasmessi in blocco ai propri eredi. I genitori, specie da raccomandare quando si tira in causa i propri figli, che non hanno l’umiltà di andare a fondo e capirli. Ed i genitori di Luciana, Sandra ed Alessia, sono infatti l’esatto specchio delle loro figlie, vuoti come uno spazio interplanetario. Lo specchio di una società malata, in cui chi ha torto pretende la ragione per supponenza. Ma in tutta questa mediocrità, qualcosa di positivo c’è, ed è proprio l’atteggiamento di Luana. La giusta ambizione per diventare migliore, uno status da raggiungere con le proprie qualità e senza denigrare chi è più bravo di te, la giusta umiltà per non atteggiarsi da superiore con amiche inferiori, un senso di responsabilità ed un sano valore dell’amicizia. Luana ha sofferto per la delusione avuta da coloro che riteneva amiche, per l’atteggiamento da volta faccia delle stesse, ma sono certo che saprà uscire da questa esperienza con la forza e la consapevolezza di cosa l’attende nella vita. E ne sarà preparata.

Ebbene si, dopo un periodo di relax, eccomi di nuovo qua. A quanto si dice e si legge in giro, il 2012 sarà il più difficile da tanti anni a questa parte, un anno di grandi sacrifici necessari per risanare quanto ci ha lasciato in eredità Berlusconi e soci. Ma alla fine è sempre la stessa situazione, Monti o non Monti, a pagare siamo sempre noi comuni mortali. Benzina ai massimi storici, Autostrade che aumentano in modo selvaggio quando in altri paesi europei sono gratis, ticket sanitari quando la sanità dovrebbe essere gratuita come in Germania, Energia e Metano che schizzeranno alle stelle, sono solo alcuni degli aggravi che le famiglie italiane dovranno sopportare. Come se non bastasse tutto questo, alla fine c’è sempre mamma Rai a non essere da meno, aumentando il canone televisivo e portandolo a 112 euro!

E questi 112 euro, credetemi, proprio non mi vanno giù! Innanzitutto non credo sia giusto pagare per un servizio pubblico, e poi non ritengo corretto farlo a fronte di una qualità scadente dei programmi e degli avvenimenti proposti agli abbonati. La Rai è diventata un’emittente scandalosa, allineatasi in basso a quanto di peggio possa esserci nel settore della comunicazione, e cioè Mediaset, visto che insieme propongono ormai solo reality, fiction, show di bassa lega, trasmissioni culinarie e scialbe speculazioni sui delitti della nostra cronaca. Preferisco di gran lunga spendere 60 euro al mese per Sky che 112 all’anno per la Rai. In particolare dopo aver appreso un retroscena su “L’anno che verrà”, trasmissione di punta (?) della serata del 31 dicembre, da diversi anni a questa parte.

Carlo Conti a Courmayer, per l’edizione 2011 della trasmissione di Rai 1 “L’anno che verrà”.

La trasmissione, condotta ormai da diversi anni da Carlo Conti da Rimini, quest’anno ha cambiato casa, visto che è stata organizzata a Courmayeur, in Valle d’Aosta. Belle le parole di Conti sugli scenari, belli i ringraziamenti sull’ospitalità del comune valdostano, e della regione, ma ovviamente non c’è stato nessun accenno a quanti soldi la Rai abbia richiesto per mandare in onda la trasmissione. Parlando con persone dell’organizzazione riminese degli anni precedenti, infatti, Il mancato rinnovo con il capoluogo del divertimento made in Romagna, sta nel fatto che il comune di Rimini non ha accettato di versare alla Rai 1.000.000 di euro per la serata!

Personalmente penso che l’italiano medio possa benissimo fare a meno di uno spettacolo nazional popolare basato sull’amarcord come “L’anno che verrà”, perché credo meriti qualcosa di meglio. Sapere poi che in un periodo di crisi come questo, un emittente come la Rai pretende certe cifre dai comuni, solo per mettere in piedi uno spettacolo di bassa lega, mi fa letteralmente schifo. Soprattutto supponendo la fine che quei soldi possano fare. Invece che investirli in trasmissioni culturali, verranno spesi da Minzolini e simili per i propri comodi ed i propri piaceri! Per questo motivo faccio un applauso al sindaco di Rimini per aver rinunciato a svuotarsi le casse a favore della Rai, in cambio di un prodotto banale e scialbo, investendo molto meno per il concerto di Franco Battiato, gratuito, e sicuramente di un livello qualitativo superiore alle ombre di Fausto Leali, dei Pooh, di Leroy Gomez e delle Ritchie Family, che ormai escono dalle tombe solo per piacere di Carlo Conti.

Di “Capodanno 5”, su Canale 5, non commento! Ma almeno loro sono giustificati, visto che non hanno la faccia tosta di chiederci 112 euro all’anno!

Domani è Natale, e vorrei lasciare I miei più sinceri auguri a chi passa su questo sito a modo mio, senza addobbi di cui non sono capace, e quindi rischiando di scendere nella banalità, ma piuttosto raccontando i retroscena di quella che, secondo il mio modesto parere, è la più bella canzone di argomentazione natalizia che sia mai stata pubblicata. Nulla a che vedere con “Wihite Christmas”. “Gingle bells” o la “Last Christmas” di Whammiana memoria, visto che la mia preferita risale ad un anno cruciale per la storia della musica rock, il 1971. Avendo celebrato, sempre su questo sito, il quarantennale dell’uscita di dischi storici, come “Aqualung” dei Jethro Tull, “Who’s Next” degli Who e il fenomenale “Led Zeppelin IV” dei Led Zeppelin, non avrei potuto non parlare di una canzone uscita proprio a ridosso di quel Natale di 40 anni fa.

Nel 1971 era in pieno svolgimento la guerra in Vietnam, malgrado il presidente americano Richard Nixon stesse aprendo a nuove prospettive di pace, togliendo l’embargo alla Cina, che sarebbe durato fino al 30 aprile 1975. Stime calcolano che nel conflitto morirono 60.000 soldati americani, ed almeno 4 milioni di vietnamiti, oltre a 2 milioni di laotiani e cambogiani. Nello stesso anno John Lennon continuava, insieme a Yoko Ono, la sua attività politica in favore della pace, a cui ha dedicato la sua vita dopo lo scioglimento dei Beatles. Dopo le performance artistiche, i bed-in e le canzoni di protesta, passa infatti all’azione e nel 1969 acquista spazi pubblicitari in 11 città del mondo, tra cui Tokyo, Amsterdam, Roma, New York, Atene e Londra, facendo affiggere migliaia di manifesti con la scritta “War is over, if you want it”. Fu l’ennesimo atto di protesta della più grande rockstar del mondo contro la guerra in Vietnam. Da questa iniziativa nacque, due anni dopo, l’idea per una canzone: “Happy Christmas, War is Over”.

John la registrò a New York, città dove andò a vivere perché, come disse in una delle sue celebri dichiarazioni, “…è come Roma nell’antichità, il centro del impero”. Insieme a lui c’era l’immancabile Yoko Ono, con cui inizia il pezzo augurando Buon Natale ai figli. L’altrettanto immancabile coro, marchio di fabbrica di molte canzone di John Lennon, che considerava i pezzi come opere collettive, fu quello della comunità nera di Harlem, che venne inserito nei credits del singolo e che quindi riceve ancora oggi i diritti di autore. “Happy Christmas, War is Over” uscì il 6 dicembre del 1971, ed anche se in fondo è una canzone di protesta, entra da subito nel cuore di tutti come una delle più celebri canzoni di Natale. Quando John Lennon venne ucciso, l’8 dicembre 1980, “Happy Christmas” venne ripubblicata in Inghilterra dove arrivò, neanche a dirlo, al primo posto in classifica.

Fu l’ultimo omaggio ad un artista unico, che ha dedicato la sua vita all’arte ed ha vissuto l’arte come impegno, con serietà ed ironia, dandosi la missione di usare la popolarità per cambiare il mondo attraverso il linguaggio universale del rock. Ma soprattutto John Lennon rimane nella storia come un genio della musica, che ha scritto canzoni semplici e bellissime, canzoni che come tutte le opere d’arte attraversano lo spazio ed il tempo, diventando patrimonio dell’umanità intera, perché ancora oggi si può cantare con John Lennon “War is over, if you want it”. Ed è con questa speranza che auguro a tutti voi Buon Natale.

Ringrazio Paola Maugeri ed il suo ‘Music History’, da cui ho tratto ispirazione per il presente articolo.

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