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Se le amicizie vere si contano sulle dita delle mani, una delle mie dita è occupata da Cristina Dori, una ragazza che ho conosciuto nel 1983 e con cui ho condiviso molti anni di lavoro e di amicizia. Cristina è stata la mia spalla ai tempi dell’attività discografica, colei con cui ho lavorato per sei anni gomito a gomito ogni giorno. Poi, le nostre strade professionali si sono divise ed è rimasta la grande amicizia nata in quel periodo a legarci, ormai definitivamente. Capita spesso di incontrarci ancora oggi, sia per trascorrere una serata insieme, sia per confidarci le nostre news. Chris legge sempre queste pagine, ed anche se non è più solita commentare qui, i suoi pensieri me li lascia ormai stabilmente al cell. E così è successo ieri sera, dopo aver letto il post di qualche giorno fa, intitolato ‘Il Trombamico’, cazziandomi e ricordando le parole che ci scambiammo un settembre di 21 anni fa.

Era maggio del 1988 quando mi lasciai con quella che per un lustro era stato il mio grande amore. Affranto, deluso e disperato per la fine di una storia importante, decisi di voltare pagina, guardare avanti, confidando questa voglia di carneficina proprio a Chris, che sorrise, certa si trattasse solamente di uno sfogo. Fare lo speaker radio ed il DJ a Rimini durante la stagione estiva, vuol dire cuccare alla grande e, vista la scarsa considerazione che mi era subentrata verso le donne in genere, decisi di vivere un’estate di sesso estremo. Le occasioni fioccarono, in linea con quella che era la mia disponibilità (praticamente illimitata da un certo livello in su), e chiusi la stagione con una grande rivincita, narcisizzandomi, e complimentandomi per essere andato a letto con diverse donne, di cui spesso non sapevo neanche il nome. Il più delle volte dopo qualche bel litro di superalcolico. Praticamente mi stavo buttando via senza che me rendessi conto.

A darmi un grande schiaffo morale fu proprio Chris. Era una sera di fine settembre quando ci concedemmo una delle nostre periodiche cene allo Squero. Facemmo poi una passeggiata sul lungomare con annessa chiacchierata. Ero euforico, mi sentivo felice di aver trascorso un’estate di fuoco, raccontandole le mie conquiste e le serate con donne sempre diverse. Lei mi ascoltava in silenzio, distante dal condividere i miei comportamenti, ma anche desiderosa di trasmettermi il suo parere. Mi lasciò finire, ci fermammo, uno di fronte all’altra ci guardammo negli occhi, e lei se ne uscì con un “sono felice per te che hai passato una estate da ricordare”. Non feci in tempo a mostrare il mio sorriso per la condivisione, che aggiunse poi “ma se posso chiederti una cosa…vorrei sapere cosa ti resterà di questi mesi”.

Cristina fece centro, colpì i miei sentimenti come pochi, sputtanandomi non tanto di fronte a quelle ragazze (tutte adulte, consenzienti, e dalla mentalità alquanto aperta), ma di fronte a me stesso. Capii che non ero io quello lì, che avevo agito in preda ad una voglia assurda di rivincita, mentre avrei dovuto solo fare autocritica sul perché la mia storia fosse finita. E grazie a lei, ho impiegato appena due minuti per capire i miei errori, e tornare ad essere lo Stefano che sono sempre stato. Pochi giorni fa, su queste pagine, si parlava di imparare dai propri errori. Questo è l’esempio più lampante di cosa significhi. Lo scorso autunno venivo da una storia finita, ero triste e deluso, al punto di avere il desiderio di una ‘Trombamica’. Ma forse nel mio inconscio, anche memore di questa vicenda, alla fine sono rimasto me stesso, ritrovando solo pochi mesi dopo la mia dimensione. E se oggi sono così, è anche perché 21 anni fa, qualcuna mi cazziò per bene. Le amiche non sono quelle che ti dicono sempre e solo sì, ma anche chi può risultare antiaptica al momento perchè ti insulta e ti schiaffeggia.

Solitamente, su queste pagine, recensisco e parlo di espressioni artistiche (dischi, libri, film) che, secondo me, sono degne di menzione e provenienti da giovani emergenti (per lo più poco conosciuti) al fine di permettere loro una vetrina per farsi conoscere, per quel poco che il mio blog può fare. Il libro su cui oggi vorrei spendere due parole, le mie impressioni, è in controtendenza e non avrebbe bisogno della mia pubblicità, considerando il grande successo di pubblico e di critica che ha avuto da quando, circa un anno fa, fu proclamato vincitore del Premio Strega. Mi sto riferendo a “La solitudine dei numeri primi”, opera prima di Paolo Giordano, giovane fisico torinese, letteralmente esploso come fenomeno di massa.

Il racconto narra le vicenda di due bambini apparentemente lontani, ma in realtà molto più vicini di quanto possa sembrare. Alice è una bambina succube delle imposizioni paterne, che la porterà a rompersi una gamba sciando, solo per non avere il coraggio di ribellarsi al genitore, mentre Mattia è un genio precoce, un bambino intelligentissimo, con una gemella ritardata che ne rallenta la socializzazione con gli altri ragazzi. Le vite dei due protagonisti si sfiorano, a volte si toccano, per poi tornare ad allontanarsi, vinte dalle rispettive paure. Due protagonisti che si trovano a vivere un’esistenza per certi versi molto simile a quei numeri speciali che i matematici chiamano ‘primi gemelli’; quei numeri primi cioè separati da un unico numero, come ad esempio le coppie 11 e 13, 17 e 19, 41 e 43…per poi diradarsi sempre più, mano a mano che si sale. Ma che ritornano non appena ti stanchi di contare, stretti l’uno vicino all’altro, nella loro solitudine.

Alice e Mattia sono due persone uniche, speciali, che viaggiano sullo stesso binario, ma destinati a non incontrarsi mai. Troppo chiusi nel loro mondo, troppo incapaci ad aprirsi a quello attorno, forse a causa delle rispettive infanzie compromesse da pesanti macigni, troppo intelligenti da capire che la consapevolezza della loro diversità non fa altro che accrescere le barriere di separazione con il mondo stesso, portandoli all’inesorabile isolamento. E tutto questo lo si percepisce dall’incedere del linguaggio dell’autore. Semplice, quasi elementare durante i primi capitoli, quelli in cui Alice e Mattia devono ancora incontrarsi per la prima volta, per poi elevarsi ad espressioni più affinate, ad una profondità di pensiero, con il risultato finale di vedere intrecciare le frasi e complicarsi le idee.

Quando si ottiene un riscontro di critica e pubblico, solitamente se ne studia il perché e si liquida la motivazione del successo con un semplice ‘romanzo generazionale’. Ma “La solitudine dei numeri primi” di generazionale non ha nulla, semmai emerge l’idea del mondo secondo Giordano, la sua costruzione di personaggi a disagio con la vita. Uno dei tag di questo blog si chiama “parole non dette” e unendolo a quanto scritto nella quarta di copertina (”Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto”) emerge il comune desiderio, mio e dell’autore, di sponsorizzare la chiarezza nei rapporti umani. Troppo spesso, nella vita come in questo lavoro, il non detto supera il dichiarato, l’ennesimo accenno  di autolesionismo. Un romanzo che ho iniziato a leggere prevenuto, ma che sin dalle prime pagine mi ha coinvolto totalmente. Un libro destinato a lasciare dubbi, a creare problema, un libro destinato a non passare inosservato.

VICTIMS

Sono diventato grande
Senza essere cresciuto
Solo per aver vissuto
La vita come un gioco

Non ti scordare mai di me
Un insicuro che non sa chi è
E tu, la mia vittima perfetta
La mia unica scommessa
Che mai io perderò

Perché il vero fascino del matrimonio è che rende inevitabile la necessità dell’inganno e perché la fedeltà è come avere prurito senza la possibilità di grattarsi.

E dopo questa provocatoria affermazione…apriti cielo!

Stamattina mi sono svegliato pensando ad una cara persona che ho avuto il piacere di conoscere grazie a questo mondo, di nome Barbara. Ora lei non è più presente sulle mie pagine, ma a suo tempo mi ha lasciato parole che rimarranno sempre bene impresse nella mia mente. Su tutte il post che scrisse nel blog che avevo su Libero, facendomi omaggio di alcuni suoi pensieri. Amai tantissimo quel regalo,  per la condivisione dei concetti che dallo scritto emersero, scritto che riporto integralmente:

Tra amicizia e amore c’è quella che io chiamo “la terra di nessuno”, nella quale ti ritrovi spesso a giocare in due…
Uno di quei due corre a perdifiato, per riuscire ad oltrepassare il confine dell’amore, sapendo che appena oltre si apre un mondo fantastico, tutto da scoprire…
Forse, anche pieno di insidie ma, se ci crede davvero, riuscirà ad aggirarle e proseguire il cammino verso una meta che ha il colore del sole e il sapore del miele.
Succede anche, però, che l’altro lo segua per un po’ e poi cominci a rallentare…
E che per ogni passo fatto in avanti, ne faccia due indietro… fino a ritrovarsi al confine opposto, oltre il quale c’è comunque un mondo bello da scoprire e da vivere ma con uno spirito decisamente diverso: con meno implicazioni, con meno timori e meno insidie.
A quel punto, perciò, inizia una sorta di tiro alla fune: uno strattone secco e ti sembra di aver già vinto la gara… ma è solo questione di pochi attimi…
Nella certezza della vittoria, hai abbassato la guardia quel tanto che basta al tuo astuto avversario per approfittare della tua defaillance. Un piccolo errore ed ecco che ti ritrovi nuovamente al centro di quel parco giochi, decisamente intrigante ma dai contorni indefiniti, in cui non sai mai come giocare, perchè non conosci bene le regole del gioco…
Mentre quelle dell’amicizia -da una parte- e quelle dell’amore -dall’altra- risultano chiare e semplici nella tua mente… lì, le regole vengono confuse, mescolate, talvolta usate incautamente.
Nella terra di nessuno si gioca a nascondino, si gioca a rincorrersi, a tira e molla e quando si ha il fiatone ci si concedono delle tregue: dolci e tenere, cullandosi nel letto dell’amore o gioiose e spensierate, nel mondo dell’amicizia.
Ma arriva il momento in cui non hai più voglia di giocare e devi decidere quale confine oltrepassare, devi fare il passaporto e prendere la residenza fissa.
Da una parte o dall’altra. Con il rischio oggettivo di ritrovarti da solo…
ma consapevole della necessità di aver dovuto fare una scelta matura, definitiva e… stabile.
Per te stesso… e per chi ha ‘giocato’ insieme a te.
Il gioco è bello, finchè dura poco… e arriva sempre il momento in cui non si ha più voglia di giocare…

Sono passati quattro anni ormai da quando ho letto per la prima volta queste parole, e se le ho postato qui oggi è perché le vedo sempre di un’attualità disarmante, per me, ma sicuramente per molte altre persone.

Invito che passa di qui a riflettere sui rapporti che stiamo vivendo, a vedere in profondità senza fermarsi alla più abbordabile e visibile superficie. Un invito a guardarsi dentro, a guardare dentro chi è di fronte a noi per capire in che zona del parco giochi ci si trova. Un invito a chiarire, a non avere paura di parlarsi per il timore di restare soli. Se si è chiari non si può perdere una persona importante, perché sicuramente saprà capire e rispettare l’altro. Ma sarebbe un delitto vivere un rapporto sbagliato per non aver chiesto, sarebbe un delitto vivere una storia d’amore se non ci sono i presupposti, sarebbe un delitto non viverla se ci fossero. La terra di nessuno…può essere molto meno estesa di quanto sembra, guardando dentro il nostro cuore e dentro quello di chi ci è vicino.

Grazie di cuore, Barby :*

Nel cielo esiste un momento tutto da vivere, quei pochi minuti in cui l’azzurro pomeridiano, passando attraverso il rosso del tramonto, vira fino al blu della sera che, nel volgere di una mezzora, cambia totalmente lo scenario attorno a noi. Questo spettacolo della natura è ancora più vivo ed intenso se lo osservi in certi luoghi magici. A me succede spesso di trascorrerlo in barca a vela, come in queste sere di inizio estate. Una serata dall’atmosfera unica che comincia proprio dalla visione del tramonto, seduto accanto alla persona giusta, abbracciato a lei, a sorseggiare un Muller Thurgau ghiacciato. Istanti in cui le anime si fondono, e le riflessioni sono confidenze che escono con naturalezza.

Mi si chiedeva del perchè in passato abbia agito così o cosà, cerco di ricordare, ma non so rispondere. Penso a quante non-memorie s’accavallano in una vita, più della vita stessa, se mi fermo a pensarci bene. Distratto cammino su me stesso. La non-memoria dei chilometri fatti in autostrada per vedere lei, anche se non c’era stato niente, e quando dopo tanti anni d’amicizia, mi ha chiesto per quale motivo quella domenica mi ero fatto tanta strada per colei che era tornata ad essere una sconosciuta, non ho saputo cosa rispondere, ho fatto finta di non capire poi ho cambiato discorso, perchè non me lo ricordo.

Ma non ho dimenticato le sue labbra morbide come mai prima d’allora, e quel bacio leggero che poi c’era stato, così come ricordo la prima volta che lei mi è arrivata davanti senza che io potessi prevederlo. Ma il perchè di quella domenica pomeriggio proprio non me lo ricordo. Dimenticanze su dimenticanze. Ricordi su ricordi. Non siamo che questo. E se siano più importanti le une degli altri, non l’ho ancora capito. Ma sono quelle dimenticanze a fare dei ricordi quello che sono.

Dietro ad una pagina letta ce n’è sempre un’altra da leggere. Dietro ad ogni azione che abbiamo compiuto, per quanto strana o pazzesca, c’è una storia, che lo vogliamo o no. In fondo, ognuno di noi è una passeggiata solitaria in compagnia di qualcun altro.

“Per i giorni lunghi che non sai come andrà a finire, per tutti gli specchi che hanno visto il tuo viso cambiare“…prendo spunto da questi versi per parlare di un concetto a me molto caro. E’ l’esempio di come si possono avere le risposte che cerchi in una donna, dalla relazione con questa donna, attraverso gli occhi di un’altra. No, non mi sono fumato cose strane o allucinogene, semplicemente ho vissuto una situazione di quelle surreali che mi hanno permesso di collegare le due cose.

Beatrice e Jenny hanno molti punti in comune ed alcuni diversi, come spesso accade. Entrambe fisico snello e slanciato, entrambe more, entrambe con occhi talmente espressivi, che non necessitano di ulteriori chiarimenti quando sono a diretto contatto con i miei. Ma così come è misteriosa ed enigmatica l’una, è sorridente e solare l’altra. Ed è stata una sensazione strana essere vicino a Jenny, parlare con lei, osservare i suoi occhi e leggerci non solo ciò che stava dicendo, ma allo stesso tempo in cui un brivido di terrore mi percorreva la schiena, trovarci le risposte che non ho avuto da Beatrice. Era come certe scene di un film dell’orrore dove alle tue spalle passa il fantasma che ti porti dietro.

Gli occhi di Beatrice, per molto tempo, sono stati lo specchio di un’anima felice, di una donna che sembrava aver trovato la sua dimensione, ciò che cercava. Poi, nel consolidamento della storia, qualcosa è cambiato, inevitabilmente. Lo sguardo innamorato di quei momenti ha cambiato intensità, si è affievolito ed io, troppo preso da lei e dal trasmetterle me stesso, ho commesso l’errore di non accorgermene. Non è servito a nulla poi gridare che non è vero e dare pugni sul muro. La verità è che qualcosa cambiava in lei, nei suoi occhi e nel suo visto, mentre io, forse perché la vedevo ogni settimana, non me ne ero accorto. La storia è finita, con le risposte impiccate in gola, senza che uscissero fuori, lasciandomi quel leggero sapore di amaro in bocca.

Alcuni mesi passano nella malinconia totale poi, all’orizzonte, si staglia la figura di Jenny. Nell’espressività dei suoi occhi leggo parole perse nel tempo e, a mente fredda, li trovo così vicini alla prima Beatrice, ed al tempo stesso, così lontani dalla seconda. Occhi caldi, occhi che sorridono, occhi trasmettono amore, occhi lucidi di commozione quelli di Jenny, che si contrappongo a quelli freddi, lontani, distaccati, asciutti di Beatrice. Anche a questo servono le nuove esperienze, a far riflettere sui segnali che ci sono stati e che non ho percepito nel durante. Ma oggi so, e farò tesoro di questa esperienza. Per evitare che con Jenny si ripetano simili situazioni di mediocrità che tanto male mi hanno lasciato.

Mary, grazie a te ho trovato il candore
Sepolto nel mare della mia ingenuità
La voglia d’amare e la mia felicità

In te ho scoperto cos’è l’amore
Da vivere oggi senza pensare al domani
Perché domani tu non sarai più al mio fianco

Mary, grazie a te ho vissuto attimi di vita vera
E il tuo ricordo per sempre rimarrà nella mia mente
Come il sorriso di un bimbo appena nato nella sua culla

Attimi regalati senza chiedere nulla
Ma ora te ne vai affrontando una strada in salita
Lasciando per sempre il tuo primo amore

Il tuo amore che sprofonda giù
Che ride e scherza per non piangere
Mentre passeranno velocemente questi anni

Stamattina mentre facevo colazione al bar, ho incontrato Mary. Lei fu il mio primo amore, la mia prima storia importante, che durò un anno e mezzo. Ci siamo salutati, come vecchi amici, visto che amici siamo rimasti. Ci incontriamo ancora casualmente, vivendo nella stessa città, ed ogni volta è un piacere. Lei era, ed è ancora, molto bella. Una cascata di riccioli castani, un viso dolcissimo, gambe leggermente ad X che le trasmettono un fascino ancora vivo, nonostante i suoi 47 anni.

Ci lasciammo un giorno di fine estate, ma io la ricordo sempre con molto affetto. E sento che è così anche per lei. Questi versi glieli dedicai, scritti per l’occasione, e datati 18.09.1977

ILLUSIONI

Lidi ferraresi, una calda serata estiva fa da cornice al rientro da un viaggio che speravo fosse di piacere, ma che di piacere ha ormai ben poco, visti gli eventi della serata. Una velata foschia si alza dalle campagne e la strada provinciale, leggermente rialzata rispetto ai fossi che delimitano i campi adiacenti, diventa pericolosa. Guido concentrato, pur conoscendo bene quelle zone. I luoghi mi corrono addosso, dissolvendo il presente in un’astrattezza di ricordi e di sogni. Una miriade di volte, da ragazzo, ho fatto quella strada, una strada che ho ripreso a percorrere spesso in questi ultimi tempi.

I motivi sono sempre stati felici, gioiosi, allora come adesso, e per questo, pur se concentrato alla guida, immaginavo di leggere in musica i colori, e la fuga di immagini si dilatava in sinfonia. A tratti un adagio morbido, in linea con i lontani colli Euganei che tanti ricordi generano in me, sovente un dolce tintinnio di note in controluce tra gli alberi. Una melodia che cambia in un crescendo tempestoso, come l’onda del mare che si infrange sugli scogli. La forza del vento, un vento di cambiamento, mi trascinava via dal posto di guida. Io, piccolo Icaro in balia della luce, sognavo di poter volare. Una sorta di magia, pura ed incontaminabile, mi portava verso l’assoluto.

Illusioni, oggi posso chiamare illusioni quelle visioni di un tempo neanche troppo lontano. E stasera, su quelle strade a me familiari, ne ho la certezza. Mi chiedo se troverò mai quello sto cercando, o se il destino umano è unicamente quello di cercare. Il procedere della vita è un susseguirsi di spostamenti della linea dell’orizzonte, verso l’infinito. Fuori dal finestrino la nebbia si alza dai campi e disegna uno spettacolo unico, capace di trasmettere emozioni incontaminate. Penso che, se l’universo è rotondo, corriamo il rischio di ritrovarci dove siamo partiti, forse neppure accorgendoci. Ma il tempo passa e corriamo il rischio di non riconoscere quel posto, perché tutto è cambiato. Ma può darsi che tutto dipenda dalla velocità del pensiero.

Ed ecco che la cosa più importante non è trovare quello che si cerca, ma trovare le persone giuste insieme alle quali cercare.

Ieri pomeriggio ero al telefono con una persona a me molto cara, e si parlava del più e del meno. Dei cazzi nostri, delle nostre news, ci si frustava metaforicamente con il gatto a nove code  (lei), ci si esaltava la bellezza altrui (io), ci si prendeva per il culo (io e lei), il nostro solito modo per dire che in fondo, ci vogliamo un gran bene (vero). Grande risata quando, in tutta questa serie di paroline e paroloni, è venuto fuori il neologismo “Trombamico”, colui cioè che potremo classificare come l’amico per uscire e con cui, molto probabilmente, ci si finirà a letto. Ed è così che in questa generazione sovraffollata di single, irresponsabili, mammoni, manager, dopo l’amico per tutte le necessità e le occasioni (io), spunta la figura del “Trombamico” (gli altri).

Ma chi sia questo personaggio, visto che neanche Wikipedia lo menziona, nessuno lo sa con precisione. O meglio ci sono varie sfaccettature che possono rendere soggettiva l’interpretazione del sostantivo. Faccio ulteriori ricerche con Google e vengo a scoprire che diversi blog hanno parlato del “Trombamico”, associandolo perfino a sua divinità Berlusconi. Anzi no, lui è il Papi. Guardo, leggo, cerco di decifrare, capire, valutare, analizzare, memorizzare parole e concetti, ripensare, riflettere. Ed è così che scopro che l’uso comune di questa parola è un fenomeno tipico dei nostri tempi, visto che ai miei, non per vantarmi, ma qualche “Trombamica” l’ho avuta anch’io. Magari la chiamavo “amica con cui ho avuto storie di sesso”, ma proiettando la cosa ad oggi, il significato è il medesimo.

Visto chi è, vediamo cosa caratterizza questa figura dei nostri tempi. Il “Trombamico” non ti porta al cinema a vedere film western o americanate, non ti trascina fuori a cena, non ti chiede di essere presentato ai tuoi amici (alle tue amiche è meglio che non lo presenti tu), non ti chiederà della tua vita privata, a parte l’ora trascorsa o da trascorrere tra le tue gambe. Ha il cellulare sempre caldo ed appena lo chiami si fionda nel tuo letto, soddisfa le tue voglie sessuali, si fuma una sigaretta sulla finestra, e abbandona il campo di battaglia con discrezione, per non svegliarti. Ecco, riassumendo in poche parole, possiamo dire che il “Trombamico” fa la felicità del single che cerca nient’altro oltre l’amicizia da letto. Quella che, visto l’argomento, possiamo definire una “Scopamicizia”. Penso agli slogan delle agenzie di viaggio…vacanza alle Maldive, con pacchetto completo, una “Scopamicizia” all inclusive che comprende: nessuna implicazione sentimentale, nessuna inutile attesa di sms della buona notte, contatto mediante telefono a qualsiasi ora e in tono intrigante dire, “Ciao, casa mia o casa tua?”

Il giorno dopo, in ufficio, in fabbrica, in negozio, al supermercato, quando i tuoi colleghi ti faranno notare con invidia la tua splendida cera, potrai sorridere e rispondere “Trovi?”. Ma attenzione alle complicazioni sentimentali, nella “Scopamicizia” si deve saper smettere in qualsiasi momento senza dolore, e prima di superare le dosi massime che possono portare a dubitare del fatto che, sotto mentite spoglie, fosse proprio lui o lei la vostra anima gemella. E per evitare che, dopo una notte in cui il suo cellulare non risulta raggiungibile, scoprire l’indomani che la vostra collega è rilassata e quando glielo fai notare, sorridendo, ti risponderà “Trovi?”

MADAME

Ci sono situazioni in cui non sempre riesco a mandare a fare in culo chi meriterebbe. Forse perché attaccato in qualche modo a questa persona, non ho la cattiveria necessaria per chiudere una discussione, un rapporto che mi sta solo logorando. Forse dovrei lasciar perdere, forse non valeva la pena continuare a traghettare anime da una sponda all’altra dell’Acheronte, mefistofelico fiume di un Inferno dantesco, ma non solo. Forse dovrei essere io a fare il primo passo…forse, ma non ce la faccio, non ancora almeno.

Sarà solo questione di poco tempo ancora. Sta arrivando in fretta l’ora dei conti, quegli stessi conti che non sempre tornano. La spugna ha assorbito il massimo che poteva, ora arriva l’ora in cui riversa fuori tutto il liquido. Arriverà il tempo in cui comincerò a fare il comandate della nave, invece del mozzo che lucida il pavimento del ponte per il passaggio di sua Altezza. Ed avevi ragione tu sorella mia, penso di meritare qualcosa di più di Madame.

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