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Per la riuscita di una serata a cui tengo particolarmente, oltre agli accorgimenti classici relativi ad un posto carino e discreto, ad una bella colonna sonora di sottofondo, c’è un particolare da tenere sotto attenzione che ritengo fondamentale non trascurare: la scelta del vino. Magari chi legge ed è astemia non lo considera un fattore importante, ma con certe donne che amano sorseggiare un buon vino, è un aspetto molto apprezzato. Ne parlavo proprio poche sere fa a cena con una cara amica. E siccome ogni zona d’Italia ha i suoi tesori, anche quelli imbottigliati lo sono, e tutti noi lo sappiamo bene. Provo quindi, con poche parole, a riassumere le mie preferenze nel campo dell’enologia, da vedersi come un suggerimento, e senza la presunzione di costituire una guida.

La prima distinzione importante è naturalmente quella tra vini bianchi e rossi, con annessi bicchieri. Perché la scelta del bicchiere è un aspetto rilevante al fine di migliorare la percezione delle caratteristiche olfattive e gustative di un vino. Il ballon, ad esempio, è il tipico calice a coppa larga, indicato per i vini rossi, da servire ad una temperatura intorno ai 18 °C. Più bassa, intorno ai 12 °C, la temperatura indicata per i vini bianchi, da servire preferibilmente in calice a tulipano. Un particolare importante è il punto in cui va afferrato il bicchiere, sulla base o sullo stelo, e mai per la coppa, altrimenti il calore del palmo della mano riscalda il vino stesso.

Di seguito alcuni vini che amo, i miei cinque preferiti:

LAMBRUSCO: E’ un vino tipico delle province di Modena e Reggio Emilia, ed è un rosso dalla spuma cremosa. Realizzato con uno o più vitigni differenti, che fanno però parte della stessa famiglia, è particolarmente indicato per salumi, minestre di verdure, carni con parti grasse, cotechino e petto d’anitra.

BRUNELLO di MONTALCINO: E’ considerato all’estero il vino italiano più rappresentativo, ed è fatto con uva sangiovese. Il nome deriva dalla denominazione che i contadini locali davano al colore dell’acino d’uva, brunello appunto. E’ un vino particolarmente indicato per carni arrosto, selvaggina, brasati

MULLER THURGAU: E’ un vino bianco del Trentino Alto Adige che deve il nome ad Hermann Muller, un botanico originario del cantone di Thurgau. L’uva ha un sapore particolare, molto aromatica, al punto che in passato veniva messo ad appassire fino a Natale per utilizzarlo anche come vino da dessert. E’ particolarmente indicato per piatti a base di pesce in antipasto ed umido.

GRECO DI TUFO: E’ un vino bianco campano da vitigno di origine greca, soprattutto limitato alla provincia di Avellino. A conferma dell’origine antica del vitigno, sono stati ritrovati degli affreschi, a Pompei, che lo cita. E’ indicato soprattutto per primi piatti con crostacei e carni bianche

VERMENTINO: E’ un vino sardo, che proviene da vitigni di origine spagnola e che ha trovato ottime condizioni ambientali, soprattutto in Gallura. Il sale portato dal vento caldo trasmette un senso di aromaticità, e si accompagna bene ad aperitivi, primi piatti delicati e frutti di mare.

Mi dispiace non aver potuto inserirne altri, ma dovendo fare scelte, sono purtroppo rimasti fuori prodotti che meriterebbero la stessa considerazione, come Barolo, Dolcetto Valpolicella, Chianti, Nero d’Avola, Lacrima di Morro d’Alba per i rossi e Gewurtztraminer, Chardonnay, Pinot, Falanghina, Passerina (non ridete, si chiama proprio così) tra i bianchi. Ma lo scopo del post era solo quello di promuovere un particolare che ritengo importante e che, troppo spesso, viene sminuito nel suo valore. Magari, se vi preparate ad invitare a cena l’uomo dei vostri sogni, spero di aver contribuito a fornirvi un utile punto di riflessione.

Nella mia vita, credo come ogni persona, ho lasciato e sono stato lasciato. Quasi sempre ho deciso con la mia partner che era giunto il momento di lasciarsi, che non esisteva più il pretesto per continuare, che continuando ci saremo fatti solo del male. Me ne accorsi prima io, se ne accorse prima lei, ma alla fine, messi con le spalle al muro, non si poteva non riconoscere la giusta valutazione. Essersi lasciati quando ancora il rapporto non era degenerato, ha fatto si che con le mie ex è rimasto sempre un legame affettivo forte.

Non nego però che, quando è successo, ho pianto. Ho pianto come tutti, ho pianto come tanti. Ho pianto come spesso fanno le donne. Gli uomini e le donne sono uguali di fronte ai sentimenti. Non lo vogliono far vedere ma gli uomini, nel loro privato, soffrono come le donne. Si vergognano ad ammetterlo, si vergognano ad ammettere le proprie debolezze, come fosse una colpa. Probabilemnte perché siamo in una società maschilista e l’immagine vincente è ancora quella dell’uomo cacciatore.

EVOCAZIONI

E’ una domenica pomeriggio uggiosa, e la voglia di fare qualcosa di costruttivo, è pari a zero. Non ho voglia di uscire, non ho voglia di vedere la tv, non ho voglia di leggere, né di scrivere.  La vorrei accanto a me, ma Lei oggi non c’è e non ci può essere. Sento la necessità di dare un senso a questa giornata, anche se questa giornata un senso non ce l’ha. Mi stupisco che mi vengono in mente le Vasco citazioni, proprio a me che Vasco non è che lo ami tantissimo. Unico piacere che si prospetta all’orizzonte è mettere su un CD ed ascoltare musica. Ma che cazzo di musica scelgo, vista l’aria da scazzo che regna sovrana? Decido di andare sul sicuro e tiro fuori dallo scaffale “IV” dei Led Zeppelin, un evergreen adatto a tutte le occasioni.

Seleziono con il telecomando la 4^ traccia, mi siedo sul divano, premo play, chiudo gli occhi ed inizio a sognare sin dalle prime note, fino a sentire un brivido percorrermi la schiena, non appena la voce di Plant intona “There’s a lady who’s sure, all that glitters is gold, and she’s buying a stairway to heaven”. Magia allo stato puro. Sarà la milionesima volta che ascolto questo brano ed ogni volta è un’emozione nuova, intensa. Sarà l’atmosfera, sarà che l’ambiente è inusuale, saranno gli occhi chiusi, ma oggi, seguendo quella melodia, sento dentro di me evocare, gradino dopo gradino, la lenta e faticosa salita verso il cielo. Con una consapevolezza in più. La scala esiste, il paradiso, forse, no.

Nel mio continuo percorso alla ricerca di nuovi artisti meritevoli di segnalazione, oggi propongo il romanzo d’esordio di una ragazza catanese, Concetta Spadaro, intitolato “Paura d’amare”. Dopo aver esordito come poetessa e scrittrice di romanzi brevi e dopo aver ricevuto vari riconoscimenti, pubblica un paio d’anni fa il suo primo libro.  La protagonista della vicenda è Lara, una ragazza resa insicura dagli avvenimenti della vita, desiderosa di dare e ricevere amore, ma terrorizzata di avere ulteriori delusioni. Tutto questo fino a che non appare nella sua vita un uomo, apparentemente diverso dagli altri, che riesce a far innamorare Lara ma che, inevitabilmente, la trasporta in situazioni equivoche, non propriamente indicate per una persona fragile.

Il libro è molto bello e le vicende scorrono con un ritmo che prende il lettore, impedendogli di staccare. C’è un susseguirsi di colpi di scena che ti invogliano ad andare avanti nello scorrere dei capitoli, per capire cosa succederà di lì a poco. Anche se detto così può sembrare un libro di semplice lettura, in realtà non lo è affatto. Molti sono i riferimenti che ci si possono trovare, dagli aspetti della vita di oggi, che mi portano a considerare Concetta come una ‘scrittrice dei tempi moderni’, al legame con il film omonimo di qualche anno fa, che vide protagonisti Al Pacino e Michelle Pfeiffer. Storie parallele, realtà diverse, sfondi di una società diversa, ma con un minimo comune denominatore: la paura di amare, quando la vita ha messo a dura prova i tuoi sogni e le tue ambizioni. Un libro romantico, appassionato, ma con risvolti che mettono in risalto valori nobili, quali i rapporti d’amore in tutte le sue forme. Amore verso i genitori, verso gli animali, verso le amicizie e, naturalmente, verso il partner.

La copertina di “Paura d’amare” ed un bellissimo primo piano dell’autrice Concetta Spadaro.

Spesso samo portati a leggere un libro, senza capire nulla fino a metà, a volte per tutto il racconto. Con “Paura d’amare” no, visto che tali preoccupazioni, per me, sono svanite sin dal primo capitolo, di cui riporto integralmente tre passi significativi:

“Quel balcone era diventato per Lara un posto speciale, un angolo di Paradiso nel quale si rifugiava spesso per staccare la spina dal solito tran tran quotidiano e sentirsi serena ed in pace con se stessa e con il mondo”.
“Fu molto difficile per la ragazza adattarsi alla nuova situazione, ma doveva prendere una decisione: o lasciare che la morte di sua madre la portasse alla follia o cercare di ricominciare a vivere. Decise che avrebbe almeno provato a sopravvivere”.
“Sognare un amore tenero, spensierato che le riempisse la vita e la facesse sentire viva. Aveva dentro se una grandissima voglia di amare e di dare”.

Chi mi segue da tempo, chi mi conosce, sa quanto sono legato a queste parole e quanto mi rappresentano, al punto che mi sono meravigliato nel leggerle, sapendo che non le avevo scritte io. Il concetto di un posto nel mondo dove rifugiarsi per ritrovare se stessi, la volontà di vivere sempre e comunque la propria vita e non lasciarsi sopravvivere da essa, sognare un amore a cui dare tutto se stesso sono argomenti letti e riletti su questo sito. Ho conosciuto Concetta Spadaro casualmente, leggendo una sua intervista nel blog di Annamaria Platania, sono passato nel negozio Feltrinelli della mia città che mi ha trovato il libro in pochi giorni, ed il gioco è fatto. Ero sicuro che mi sarebbe piaciuto, anche se non saprei spiegare il perché. Ora, dopo averlo letto è tutto chiaro, come dico spesso, le persone non si incontrano per caso.

Chi ne volesse sapere di più, può visitare il sito ufficiale di Concetta Spadaro.

AIACE

“Giove padre, togli a questo buio
i figli degli Achei, spandi il sereno
rendi agli occhi il vedere; e poichè spenti,
ne vuoi, ci spegni nella luce almeno”.

Questo passo dell’Iliade, ci riporta al momento della battaglia navale tra Troiani ed Achei, quando Giove mandò una caligine per offuscare la vista dei Greci, che stavano soccombendo, ed Aiace rivolse la sua preghiera al padre di tutti gli dei. Aiace era un valoroso condottiero che seppe distinguersi dagli altri in quanto, oltre alle doti di forza, coraggio e valore, abbinava un modo di agire ed un carattere che lo facevano sentire più vicino alla gente comune e quindi, per certi versi, più umano e simpatico. E’ impressionante, leggendo questi poemi epici, come le vicende narrate siano applicabili anche a situazioni e stati d’animo ben vivi ai giorni nostri. E come possa capitare di sentirsi molto vicini a tali personaggi. Tra tutti, ad esempio, quante donne si saranno sentite delle novelle Penelope?

Di Aiace, ad esempio, emerge in modo lampante la solitudine dell’eroe. Malgrado il valore dimostrato quando subentrò ad un Achille ritiratosi dalla contesa, dopo aver duellato per un giorno intero con Ettore in una battaglia senza vincitori né vinti, subì una grave offesa dall’assemblea dei capi greci. Alla morte di Achille, infatti, le armi di quest’ultimo furono assegnate ad Ulisse. Tale decisione fu per Aiace un vero affronto al punto da fargli perdere il senno; in uno stato di follia fece strage di animali, scambiandoli per soldati greci. Rinsavito, si suicidò per la vergogna. Il suo corpo, contrariamente a quanto previsto per i condottieri, fu sepolto invece che bruciato. Una leggenda vuole che le armi di Achille furono perse da Ulisse in un naufragio e le onde del mare le depositarono nel luogo dove giaceva il corpo di Aiace, rendendogli una tardiva giustizia.

Vedo molta attualità in queste situazioni, soprattutto per i meriti che non vengono riconosciuti dall’alto, per le reazioni stressate che portano ad una ira funesta (anche ingiustificata), per una sorta di umana debolezza che ti può portare al suicidio. Ed alla fine, solo dopo morto, una giustizia divina che ti riconosce il meritato valore. Ma il paragone più attuale tra passato e presente sono le parole finali della preghiera di Aiace, una preghiera accorata non per la propria salvezza, ma per andare incontro al buio della morte nella luce del sole. Un modo molto sereno e tipicamente orientale di prepararsi al trapasso tra i due mondi, da vivere con la serenità necessaria…Facci morire sì, ma nella luce

Se c’è una cosa che non sopporto nelle persone è l’arroganza e la presunzione. Atteggiamenti che risultano sgradevoli, offensivi e che sono tipici di figure molta ‘apparenza’ e niente ‘essenza’. Personalmente non mi sono mai ritenuto un Adone, neanche quando ero ragazzo; ma per una serie di motivi che non saprei definire, sono molto soddisfatto delle relazioni che ho avuto, delle donne che mi hanno amato e che ho amato. Donne che, in qualche caso, sono state la realizzazione di un sogno. Mi hanno detto che ho una grande sensibilità, capacità di ascoltare, di consigliare, che sono serio ed affidabile, che possono contare su di me, che sono intelligente, simpatico, estroverso, attivo. Alcune poi hanno trovato un certo fascino in me. Ma non è stato sempre tutto rose e fiori e, accanto a questi giudizi positivi, ci sono state anche una molteplicità di ragazze che pensano esattamente il contrario.

Questa premessa per riflettere su un atteggiamento tipico di alcune donne, per me assolutamente criticabile. Un atteggiamento che mi da fastidio, in base al quale si elevano a dive, credendosi tali, e secondo cui tutti gli altri sono dei pezzi di merda. Da fastidio sentirsi dire, ad esempio, nell’ambito di un contesto generale, che “…con te non verrei neanche morta” o “…ti pare che una come quella lì si filerebbe uno sfigato come te”. Io credo che alla base di tutto debba esserci educazione e rispetto, anche se la persona non ti piace. Io non ho mai detto ad una donna”sei un cesso”, piuttosto un più delicato “non sei il mio tipo” nel caso non dovesse piacermi. Ma ciò che dispiace è l’offesa gratuita ed inadeguata che ti porta a rispondere scendendo al loro livello. Magari con un “non dare così per scontato che io invece con te ci verrei” o “a te farò schifo, ma anche io ho il mio mercato…e ti assicuro che non è di articoli di seconda mano”. Ecchecazzo, quando ce vò, ce vò.

Non mi spaventa il non piacere ad una donna. Ho conosciuto donne bellissime a cui non ispiravo nulla dal punto di vista ‘attrazione’. Donne con cui c’è stata da subito chiarezza e con cui, malgrado questo, è nata una piacevole e bellissima amicizia. Donne che, come dice Kahlil Gibran,  hanno avuto l’intelligenza di vedere oltre ciò che la luce rivela, che probabilmente mi hanno apprezzato come uomo e che, con sincerità, hanno confessato il loro piacere ad avermi come amico, solo come amico, senza lasciarmi nessuna speranza a qualcosa in più. Un atteggiamento che ho apprezzato per la trasparenza, e con alcune di queste belle ragazze, ormai da diversi anni, ho un bellissimo e sincero rapporto, ci sentiamo con regolarità, ed ogni volta è un piacere confrontarsi, confidarsi, riflettere, ridere e scherzare. Umiltà e rispetto…questi sconosciuti, naturalmente insieme all’intelligenza.

NASTRO ROSA

Chi mi segue da tempo, sa della mia ammirazione nei confronti dell’universo femminile e sa anche quanto mi senta legato al mondo delle donne. Un mondo che, molto spesso, ha visto questo mio modo d’essere come un gesto di grandissima sensibilità nei loro confronti. Sensibilità che effettivamente mi riconosco anche se, a volte, l’ho vissuta come un difetto, un modo per soffrire. Spesso infatti, relazionandomi con la gente, avrei desiderato essere uno stronzo, invece che dimostrare sempre la mia disponibilità ed il mio altruismo. Questa premessa è stata doverosa, per spiegare la scelta di un argomento di così rilevante importanza, come quello di cui mi appresto a parlare.

Durante gli spot pubblicitari si viene spesso a conoscenza che ottobre è il mese della prevenzione per la vista e per l’udito, che novembre lo è per l’igiene orale, ma credo che non sia abbastanza reclamizzato il fatto che ottobre è anche il mese della prevenzione del tumore al seno e che la LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) si è fatta promotrice di una campagna molto importante. Questa campagna, denominata ‘Nastro Rosa’, e giunta nel nostro paese alla 16^ edizione, avrà quest’anno come testimonial d’eccezione Elisabetta Canalis.  Il fine che si propone, rigorosamente senza scopo di lucro, è principalmente quello di sensibilizzare ed informare, oltreché curare ed assistere il malato, dimostrando che sconfiggere la malattia è possibile nella stragrande maggioranza dei casi, quando la prevenzione viene applicata correttamente e con regolarità.

Per capire meglio l’entità del problema, basta pensare che il tumore al seno è il primo che colpisce le donne per numero di casi e che, in Italia, le nuove diagnosi sono oltre 40mila l’anno. Una vera e propria malattia sociale che però non deve essere vissuta come tale ma vista come sinonimo del proprio benessere, della propria salute e della propria bellezza. Ed è per meglio diffondere ciò, che durante il mese corrente, circa 390 ambulatori LILT, distribuiti in tutta Italia, saranno a disposizione per visite senologiche, esami e controlli. Per conoscere giorni, orari, o qualsiasi altra informazione in merito, basta telefonare al numero verde 800-998877, oppure collegarsi al sito della LILT.  Molte le iniziative collegate a sfondo benefico, tra cui la Borsa di studio Nastro Rosa, che verrà assegnata ad una ricercatrice oncologica.

Sono venuto in questi giorni a conoscenza di questa campagna, ed ho ritenuto particolarmente utile parlarne in questo sito, per vari motivi. Prima di tutto perché, essendo spesso frequentato da donne, vuole essere un motivo di riflessione ed una motivazione per andare a farsi controllare, visto che con la prevenzione si riesce a guarire. E poi, last but not least, perché tutto ciò che è stato detto e reclamizzato da medici e specialisti, ho avuto purtroppo modo di confermarlo per esperienza diretta. Un’esperienza che mi ha profondamente toccato e che oggi, facendo i debiti scongiuri, mi permette di guardare al futuro con relativa fiducia e molta speranza, grazie ai controlli periodici. Per questo consiglio più di ogni altra cosa, l’importanza della prevenzione.

LOVE BUGS

La scorsa estate, orientativamente alle 19.30 su Italia 1, sono andate in onda le repliche di “Love Bugs 3″, trasmissione senza tante pretese, se non quella di rubare qualche breve sorriso ai telespettatori. E visto che in quell’orario, la maggior parte delle volte, mi capitava di essere a casa, l’ho visto quasi regolarmente. “Love Bugs”, per chi non lo sapesse, è una trasmissione nata in America, che racconta di rapporti di coppia attraverso una serie di scenette, montate in modo sequenziale. Successivamente il format fu ripreso in molti altri paesi e, nel 2005, è approdato sui nostri schermi.

La prima edizione è stata interpretata da Fabio De Luigi e Michelle Hunziker e, da quanto ho letto in giro, è stata la preferita dai telespettatori. Lui è un commercialista mentre lei, impiegata, possiede un modo di fare maniacale, tipico da svizzera. Spesso le ingenuità di Michelle mettono in difficoltà Fabio e, su questi aspetti, si snodano la maggior parte delle gag. L’anno dopo, accanto al confermato De Luigi, troviamo come nuova fidanzata Elisabetta Canalis, commessa in un negozio di biancheria intima. Il personaggio di Elisabetta rende ancor più veritiero il concetto secondo cui le donne, più sono belle, più sono sceme. L’anno successivo si cambiano totalmente protagonisti per la terza edizione.

Un divertente episodio di “Love Bugs 3″ che vede protagonista una simpaticissima Giorgia Surina

Emilio Solfrizzi prende il posto di Fabio De Luigi, mentre nel ruolo che fu di Hunziker e Canalis troviamo l’ex vee jay di MTV Giorgia Surina. Lui lavora in una concessionaria di auto, mentre lei è insegnante di inglese. Ed è stato proprio vedendo questa serie che mi sono sorprendentemente divertito, visto che negli anni scorsi ho smesso di guardare la sit com dopo lo squallore recitativo dei primi tre protagonisti. L’unica cosa che semmai mi teneva legato allo schermo televisivo erano le morbide curve di Elisabetta, più che mai in forma. Ma parafrasando un celebre film, direi che oltre il fisico…davvero niente. 

D’estate non c’è nulla da vedere e quindi si guarda di tutto per ingannare quel quarto d’ora prima di cena. E noto che con la terza serie di “Love Bugs” si fa un salto di qualità. Giorgia Surina, infatti, si trova perfettamente a suo agio nel ruolo della professoressa d’inglese, fissata con filosofie e cucina orientali, in contrasto perenne con la tradizione tipicamente pugliese di Solfrizzi che, pur non facendo nulla di eclatante, diventa la spalla ideale per la sua “partner professionale”. La Surina è brava, divertente, ironica, spigliata, drammatica, trasmette una carica inesauribile d’energia e, cosa non trascurabile, non sfigura affatto con chi l’ha preceduta per bellezza. Bellezza che, unita alla grande carica di simpatia che da sempre la contraddistingue, la rendono più che mai affascinante.

Ora sembra si stia registrando la quarta serie di “Love Bugs”, con protagonisti Teo Mammuccari e Belen Rodriguez. Spero solo che l’intesa consolidata tra i due renda la trasmissione divertente e non sia costretto, come successo dopo aver rivisto la Ely nazionale questa estate, ad esclamare un eloquente “Aridatece la Surina”.

Quando non me l’aspettavo più ho trovato te,
Cosa chiedere di più al destino che regola la mia vita
Spesso solo di fronte ad un universo di opportunità
Scappare insieme, travolti da forze incontrollabili

Un cuore non si regala, neanche alla persona amata
Un cuore si presta nell’intimità, senza mascherarlo
Un cuore si concede per periodi più o meno lunghi
Un cuore, il libro da cui leggere tutti i tuoi segreti

Una banale casualità quella nostra confidenza
Che ci ha fatto scoprire vittime innocenti
Di un meccanismo immenso quanto noi
La vita è così, fa così e ci lascia da soli

Tu mi porti via dalle malelingue del mondo
Tu mi porti via dagli occhi che incontreremo
Tu mi porti dentro un sogno impossibile
Tu mi porti ad ispezionare il fondo della mia anima

Un sogno impossibile dentro ogni tuo pensiero
Un sogno impossibile dentro ogni mio respiro
Un sogno, da vivere come un lungo viaggio
Un sogno, dolce incantesimo per proteggermi

DON’T WORRY

Alex sta bevendo una birra sul terrazzo di casa, insieme a Jenny, parlando del più e del meno, e con lo sguardo rivolto verso il mare. Sono sereni, scherzano, sorridono, alternando a questi aspetti un abbraccio, una carezza, un bacio. Lo squillo del cellulare coglie Alex di sorpresa, visto che è sabato e non aspettava nessuna chiamata. Il nome sul display non ammette dubbi, è Lei. Jenny capisce, si alza e lo lascia libero di parlare, senza entrare in argomenti privati. Una telefonata tranquilla, serena, senza discussioni, ma di quelle ricche di argomentazioni che ti lasciano male, di quelle che ti fanno sentire in colpa, di quelle che ti lasciano il dubbio se hai fatto tutto ciò che potevi per salvare una storia che stava esaurendo le prerogative cin cui era nata e si era sviluppata.

Chiusa la comunicazione, Alex si alza. Lo sguardo sempre più rivolto al punto di contatto tra cielo e mare, mentre una leggera brezza gli muove i capelli ed asciuga quella lacrima di rabbia che non riesce a trattenere. Jenny è lì, sulla porta, le braccia conserte ed un sorriso prima di chiedere se fosse effettivamente Lei. Alla risposta affermativa di Alex, chiede se fosse tutto ok, e visto il suo prolungato silenzio, aggiunge un: “La ami, vero?”. Alex la guarda, si sente male per le parole di Jenny, non avrebbe mai voluto che le chiedesse ciò. Non perché l’amasse, ma perché se l’ha dubitato, vuol dire che non ha saputo trasmettergli tutto l’amore che prova. Per questo si sente un verme, un pezzo di merda.

“Non la amo” risponde Alex, “di questo sono ultrasicuro”. Prima di aggiungere: “è solo che sentirla mi fa stare male. Ho fatto grandi passi avanti rispetto al passato, vedo al luce davanti a me, ma devo ancora arrivare alla fine del tunnel. E manca pochissimo”. Jenny gli sorride, sa che è sincero e glielo legge negli occhi bagnati dalla commozione. Alex e Jenny stanno in silenzio, a volte le parole non escono, e non servono. Gli sguardi bastano per capire e capirsi, per capire che lui è stato davvero male per questa donna e non sono pochi mesi a far dimenticare un rapporto che è stato intenso. Ci vuole pazienza, quella pazienza che tante volte Alex ha avuto con Jenny e che ora è lei a ricambiare.

Un abbraccio forte, un bacio a sancire che è tutto passato. E’ stato un momento di debolezza, niente più. Alex la stringe forte, mentre Jenny gli chiede se avesse ancora rimpianti di quel periodo ormai inesorabilmente alle spalle, se avesse preferito prendere una strada diversa. Alex fissa i suoi occhi neri, si rivede là e con una sicurezza impensata appena qualche minuto prima, le confida che: “L’unico rimpianto di quel periodo, è il tempo perso a cercare di trovare un perché alla fine di un amore, di tutto il tempo perso a provare e riprovare a farlo funzionare, di lanciare appelli nel vuoto, quando avevo già davanti a me chi avrebbe saputo rendermi felice. E non mi do pace per non averlo visto subito, perdendo nove mesi dietro alle utopie”. Non sa dire altro, forse non c’è niente da dire, mentre ad Alex resta la paura dei sentimenti di Jenny nei suoi confronti, la paura che dopo quella telefonata qualcosa possa essere cambiato. Per questo, abbracciandola calorosamente, le sussurra un eloquente: “Scusami, amore, vedrai che non succederà più”.

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